“E Dedalo è in me”, silloge poetica di Elena Diomede

A Milano, Casa delle Associazioni di via Marsala 10, sabato 28 gennaio ore 17,00

di Paolo Rausa
Elena Diomede è nata a Bari dove risiede. Fin dalla adolescenza scrive poesie intrise di nostalgia e le dedica alla terra natia, dal momento che vicende famigliari la portano a trasferirsi a Milano in un collegio sul Naviglio. Costretta a convivere con le nebbie padane ricorda il tempo e i luoghi della sua terra, riflessioni che trovano mezzo espressivo sul giornale studentesco “Carta, penna e calamaio”. Si diploma e trova impiego come docente in una scuola primaria in provincia di Novara, poi nel 1958 ritorna nella città natale. E’ ricercatrice nell’IRRSAE, pubblica diversi saggi di pedagogia e didattica nei Quaderni dell’IRRSAE Puglia. Viene segnalata come esperta in problematiche educative pubblicate nei testi di “Scuola ’90”. Il titolo della raccolta di poesie non è solo l’anagramma del suo nome, ma riprende nella figura mitica il nome dell’architetto che aveva rinchiuso nella struttura labirintica il Minotauro e perso il figlio nel “folle volo”. Mi raccomando, gli aveva detto, non volare troppo basso altrimenti le ali usate per spiccare il volo si inumidiscono e neppure troppo alto altrimenti il calore del sole le fonderà. Ma i giovani, si sa, spesso rifuggono dai consigli dei padri. E così Icaro sarà folgorato perché, spinto dall’ebrezza dell’altitudine, non mitigherà la sua corsa propulsiva verso l’alto, il futuro. Una metafora della condizione umana. Noi siamo Dedalo e Icaro insieme, ingegnosi e inventivi tanto da impedire al mostro di albergare fra di noi, ma non riusciamo a frenare, come Ulisse al di là delle colonne d’Ercole, il desiderio di grandezza, rivelando allo stesso tempo la nostra fragilità. Tutti elementi che compaiono nelle liriche di Elena Diomede. Anche il suo nome è presago. La bellezza di Elena spinge Paride/Alessandro a “rapire” Elena da Sparta, un pretesto per dichiarare guerra alla città che controllava il traffico mercantile sull’Ellesponto e a raderla al suolo. Complice anche Diomede, amico inseparabile di Ulisse, che nel suo peregrinare fonderà città sulla sponda adriatica della Puglia. Siamo cioè insieme greci e troiani e molto altro noi pugliesi. Una cultura che penetra nella nostra vita sociale e letteraria e lascia tracce anche nella produzione poetica di Elena Diomede. L’elegia callimachea che trova proseliti nella letteratura latina di Catullo, Cornelio Gallo, Tibullo, Properzio e poi Ovidio pervade queste liriche che rappresentano lo stato d’animo fragile e allo stesso tempo illuminato di chi osserva e coglie la bellezza degli elementi naturali ma anche la fragilità e il dolore nelle cose, nel nostro destino di esseri che volerebbero come Icaro nei territori iperuranei e sono sospinti sulla terra a vagolare sopresi nella notte, sospinti dai venti, tempestati dalle passioni, ma con misura. Una poetica che trova continuatori anche nei nostri letterati moderni e contemporanei, nelle Myricae di Pascoli per es, la poesia delle piccole cose o nelle nugae e negli Xenia di Montale, piccoli componimenti ai quali il poeta, come Elena Diomede, affida le sue pene e le sue speranze, i ricordi, i risentimenti, le aspettative, alla ricerca della luce della verità dell’uomo e della donna sulla terra, mentre Dio osserva il nostro peregrinare. Ecco allora che la poesia diventa strumento di redenzione, quasi strumento per affermare la nostra daimonia.  La raccolta si suddivide in due parti, a loro volta ripartite: da una parte “I luoghi dell’anima” e “L’amore sospeso”, dall’altra “Dedicate” e “Animalia”, queste ultime molto tenere nel ricordo e nell’affetto verso le persone care e gli animali che condividono con noi l’esistenza. Ma sono le prime due a costituire il nerbo della tematica poetica dell’autrice. I luoghi dell’anima sono una confessione per lo più dolorosa della nostra condizione umana a cui non riesce a dar sollievo “neppure il profumo di una rosa”. Compare qui l’idea e il progetto di costruire “con sabbia di luna/un castello per noi due/per raccontarci ancora/la magia che siamo in sorrisi di fragole”. Finalmente a briglie sciolte l’autrice si sente “libera giumenta al pascolo” mentre “il frizzante maestrale… spiana il cammino/ alle stanze di pietra/ che cantano la voce/di picaresche emozioni”, potenza del sentimento di fusione con la natura dove i sensi liberano il sentimento sfrenato e spingono “emblemi di braccianti” a volteggiare a mezz’aria insieme a “turgide fanciulle” sorridenti e “vogliose dell’amore”. Un sentimento panico si direbbe. Le poesie si aprono con l’omaggio a due grandi poetesse che hanno dedicato la vita a collezionare versi come espressione di un animo sensibile e irrefrenabile. Parliamo di Alda Merini e Antonia Pozzi. Altri personaggi mitici e religiosi sono qui richiamati per dimostrare la continuità della condizione umana che deve affrontare le condizioni di fragilità e di dolore da cui solo l’arte e la cultura possono salvarci, rendendo la maestosità e la potenza della bellezza e dell’amore. Rupe Mutevole Editore, 2020, pp. 118, € 12,00. A cura della Associazione Regionale Pugliesi di Milano, info: arpugliesi@gmail.com, tel. 3343774168.

Milano, 23/01/2023

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