Due nuove testimonianze sulla deportazione degli Italiani di Crimea (1942)

Lo sterminio degli italiani di crimeaGIULIO VIGNOLI
(Già Professore di Diritto internazionale nell’Università degli Studi di Genova)
Studi in onore del giurista Augusto Sinagra – Volume VI

1. Nel 1830 e nel 1870 giungono in Crimea, nel territorio di Kerc, allettati dalle promesse delle autorità zariste di buoni guadagni e dal miraggio di fertili terre quasi vergini, due flussi migratori dall’Italia e precisamente dalla Puglia. Altri poi se ne aggiunsero, chiamati da parenti e conoscenti ormai sul posto. Erano soprattutto agricoltori, marinai (pescatori, nostromi, piloti, capitani) e addetti alla cantieristica navale. La città di Kerc si trova infatti sull’omonimo stretto che collega il Mar Nero con il Mar d’Azov e sta diventando un porto importante. A Kerc gli Italiani costruiscono la chiesa cattolica, terminata nel 1840, consacrata il 18 marzo. In quell’epoca in città c’erano trenta famiglie cattoliche.
Quanti sono in tutto questi Italiani? Le fonti parlano di circa tremila persone a Kerc. Ma se consideriamo che molti si trasferirono in altri centri della Crimea si può quasi certamente giungere a più di quattromila unità, originari soprattutto da Bisceglie, Molfetta, Trani, come del resto i loro cognomi, diffusi in queste zone, lo comprovano. Alcune famiglie affermano un’origine regionale diversa. A Feodosia, ad esempio, vivevano i discendenti di un fratello di Garibaldi. Se ne sono perse le tracce: un nipote fu fucilato negli Anni Trenta.
Eventuali coloni fatti arrivare da Caterina II o sono tornati in patria o furono completamente russificati, cambiando anche il cognome. Lo stesso dicasi di eventuali discendenti dei soldati sardo–nizzardo–piemontesi della guerra del 1854–55.
Nel 1800 esistono altre comunità italiane sul Mar Nero e sul Mar d’Azov: a Feodosia, Odessa, Nikolaev, Novorossijsk, Mariupol, Berd-jansk, Batumi, ecc., ma quella di Kerc era la maggiore, gareggia forse con quella di Odessa che del resto non è in Crimea.
Con l’avvento del comunismo inizia per questi nostri connazionali un doloroso calvario ed il rimpatrio di parte di essi.
Nel 1920 la Comunità di Kerc ha la chiesa con il suo parroco italiano, dispone di una scuola elementare, fondata all’inizio del secolo, ed anche di una cooperativa e di un club con biblioteca.
A metà degli Anni Venti cominciano ad occuparsi della minoranza italiana gli emigrati politici antifascisti rifugiati in Unione Sovietica. La collettivizzazione forzata delle campagne, con le conseguenti repressioni, requisizioni, arresti ed epurazioni provoca un rientro di molti Italiani.
Il peggio però deve ancora venire: nel periodo 1935–38 seguirono le «purghe staliniane» e diversi Italiani vengono arrestati e torturati con l’accusa di «tradimento» e finiscono nel nulla.
Nel quadro della collettivizzazione delle campagne viene promossa la costituzione di un colcos italiano nelle vicinanze di Kerc che prende il nome di «Sacco e Vanzetti». Ciò avviene fra molte difficoltà: gli italiani, piccoli proprietari terrieri, resistono al conferimento della propria terra. Chi può parte per l’Italia. Anche le altre minoranze, presenti in Crimea devono riunirsi in colcos. In tutto sono ben 16, la Crimea è infatti, dopo la conquista zarista, terra di immigrazione.
Vengono inviati a Kerc da Mosca attivisti del partito comunista italiano che fanno propaganda marxista, atea e otterranno la chiusura della chiesa e l’allontanamento del parroco da parte delle autorità sovietiche. Al tempo stesso si impadroniscono della scuola.
Naturalmente oltre ai contadini del colcos, vi sono gli Italiani che lavorano nel grande centro siderurgico, che prestano servizio nella marina mercantile sovietica e quelli della flottiglia peschereccia.
Fra i comunisti italiani rifugiati in Unione Sovietica ed inviati dalle autorità sovietiche a Kerc, figurano personaggi di spicco: Paolo Robotti, cognato di Togliatti e successivamente persecutore dei nostri prigionieri di guerra; Giuliano Paietta, fratello del più noto Giancarlo, futuro altissimo esponente del Partito Comunista Italiano e osannato politicante della Repubblica Italiana nel dopoguerra. Entrambi ricorderanno nelle loro «memorie» il soggiorno a Kerc. Nessun accenno invece faranno alla sorte successiva della Comunità italiana. Evidentemente o non era opportuno per i loro fini riferirla, o non interessava loro che fosse stata deportata.

2. Secondo l’accademico russo SISMEREV nel 1940 a Kerc vi sarebbero stati ancora 1300–1500 italiani nonostante le intervenute «purghe staliniane» (Romanskie poselenija na juge Rossii, Leningrado, 1975).
Comunque dal 1939 è proibito espatriare. Chi lo fa, lo fa a suo rischio e pericolo. Chi è scoperto è deportato in Siberia. Qualcuno, con viaggi che finiscono anche in tragedia, giunge in Italia, abbandonando tutto, sempre ogni bene, spesso necessariamente parte della famiglia.
Nell’agosto 1941, all’avvicinarsi dell’esercito tedesco alla Crimea, nel frattempo la Germania è entrata in guerra contro l’URSS, la minoranza tedesca viene deportata.
La minoranza italiana di Kerc è deportata agli ultimi di gennaio del 1942 (il 29 e il 30) e ai primi di febbraio. Infatti Kerc fu occupata dai Tedeschi il 16 novembre 1941 e ripresa dai Sovietici il 30 dicembre successivo. Dopo un mese incomincia la deportazione degli Italiani in Cazachistan. L’accusa è di collaborazionismo coi Tedeschi nel breve periodo di occupazione germanica, e quindi di tradimento. Gli ultimi Italiani in Crimea sono deportati nel giugno del 1944, man mano che i sovietici «liberano» gli altri territori occupati dai Tedeschi.
Le altre minoranze sono deportate successivamente: la minoranza più numerosa, quella dei Tartari, è partita dalla Crimea il 18–20 maggio del 1944. Si ottiene così ciò che veramente si vuole: la completa russificazione del territorio.
La maggior parte degli Italiani deportati erano di seconda generazione, con i vecchi di prima ed i piccoli di terza. Solo pochi discendenti degli emigranti arrivati alla metà dell’Ottocento erano di quarta e quinta generazione.

3. Furono deportati tutti, uomini, donne (anche le donne russe o ucraine sposate con gli Italiani), vecchi, bambini, lattanti. Quanti erano in tutto? Considerando l’intera Crimea, almeno duemila; altri Italiani si trovavano fuori della Crimea in diversi porti del Mar Nero e del Mar d’Azov. Impossibile stabilire cifre precise. Due convogli ferroviari, destinati esclusivamente agli Italiani, partirono sicuramente verso il Kazakistan.
Il preavviso della deportazione fu chi dice di un’ora e mezza, chi di due ore. Fu permesso di portare con sé ai deportati 8 kg. a testa di indumenti e generi alimentari. Nei vagoni bestiame e nelle stive delle navi il viaggio, non si sapeva per dove, durò quasi due mesi, dal 29 gennaio fino agli ultimi di marzo. Il viaggio durò così a lungo perché questi carri e queste stive non furono che un terribile carcere, con le ruote per i vagoni, che lasciava passare tutti gli altri treni, dunque per la maggior parte del viaggio i convogli sostarono in mezzo alla steppa. Solo una volta al giorno era permesso scendere per i bisogni corporali e il candore delle nevi abbagliava la vista dei deportati abituati a rimanere sempre al buio.
Durante il viaggio la maggioranza dei bambini e dei vecchi morì per malattie, fame e freddo, per gli strapazzi. I cadaveri vennero abbandonati nelle stazioni dove il convoglio sostava. Non si sa più dove. Decine di corpi di donne e uomini furono lasciati senza sepoltura lungo il tragitto, di corpicini di bimbi e di infanti, nello strazio dei genitori. Un lattante morto viene strappato dal seno della madre e gettato da un soldato nella neve.
Il viaggio traversò il territorio di sette Stati, ora indipendenti: Ucraina, Russia, Georgia, Azerbaigian, Turkmenistan, Uzbekistan e Kazakistan. La deportazione avvenne parte via mare e parte via terra: via mare da Kerc a Novorossijsk, sulla sponda orientale del Mar Nero, poi nei vagoni piombati fino a Baku, quindi fu attraversato il Mar Caspio fino a Krasnovodsk e infine, nuovamente in ferrovia, sino ad Atbasar in Kazakistan dove vennero sistemati parte a Karagandà e parte ad Akmolinsk ed altri centri attorno in baracche e locali di fortuna.
«Tutta la strada da Kerc al Kazakhstan è irrigata di lacrime e di sangue dei deportati o costellata dai nostri morti, non hanno né tombe, né croci», ha scritto Giulia Giacchetti Boiko, nipote di deportati.
Questi nostri Italiani, giunti nei luoghi di deportazione, furono sempre sotto la sorveglianza speciale del NKVD (Commissariato del popolo per gli affari interni). Fu proibito traslocare senza permesso: questo, infatti, sarebbe stato considerato come un tentativo di evasione punito col gulag. Nelle baracche, nelle stalle abbandonate e fatiscenti altri Italiani morirono. Là furono abbandonati e cercarono erbe e radici commestibili per nutrirsi.
Quanti perirono? Certo due terzi dei deportati morì o lungo il viaggio o nei posti d’esilio e deportazione. Già essendo deportati, molti Italiani furono obbligati alla schiavitù della Trudarmia, l’«armata del lavoro», cioè il lavoro coatto in condizioni tragiche. Chi morì a seguito delle percosse, delle sevizie, chi si suicidò.
Una famiglia, preda dell’inedia, decide di lasciarsi asfissiare da una stufetta. Per caso trova sotto la neve due gambe di una carcassa di cavallo. Vengono cotte: che buon brodo per i bimbi morenti, la vita riprende e riescono a sopravvivere.

4. Dopo la morte di Stalin alcuni (circa 300) riescono a tornare a Kerc in qualche modo. Certo le autorità sovietiche non pagano loro il viaggio di ritorno. In Crimea non trovano più le loro case, i loro beni, tutto è stato confiscato e nulla sarà mai più restituito.
Fino a pochi anni fa di tutto questo niente se ne sapeva in Italia. Silenzio completo. La Sinistra copriva la strage, i partiti di governo, corrotti, fiacchi, non se ne occupavano, le Destre non avevano voce che venisse in alto ascoltata. Poi, finalmente, alcune testimonianze dei deportati vengono pubblicate nel libro di BOIKO e VIGNOLI (L’olocausto sconosciuto. Lo sterminio degli Italiani di Crimea, Roma, 2008). Le più atroci, le più agghiaccianti molti testimoni si sono rifiutati di riferirle: avevano ancora negli occhi la visione dei cadaveri, nelle orecchie il pianto disperato e sempre più sommesso dei bimbi morenti. Altre testimonianze saranno pubblicate in un secondo libro in corso di stampa, fra esse anche un caso di antropofagia.
Qualcosa si è mosso, ma le richieste avanzate dai superstiti alle autorità, di riconoscimento della deportazione, di aiuto in qualche modo da parte dell’Italia, sono rimaste senza risposta. E intanto il tempo passa e i sopravvissuti alla tragedia muoiono ad uno ad uno. E la memoria si perde. . . I tentativi fin qui effettuati per cercare di interessare le autorità italiane e ucraine non hanno avuto successo. L’Italia, si sa, è patria matrigna coi suoi figli migliori e più miseri. Questa inerzia rimarrà come un marchio indelebile d’infamia nella storia della Repubblica Italiana.

5. Riportiamo ora due nuove testimonianze inedite che per motivi temporali non hanno trovato posto neppure nel secondo libro sopra menzionato.

Mi chiamo Ranio Saverio, sono nato nella città di Karagandà (Repubblica Sovietica di Kasakstan) nel 1951. Là sono nate anche due mie sorelle Augustina e Maria. I miei genitori come altri italiani durante la guerra furono deportati in Kasakstan da Kerch dove abitarono. I loro genitori, miei nonni, trasferirono in Crimea prima della Rivoluzione, sotto lo Zar Nikolaj.
Mio nonno Ranio Saverio Felice fu cittadino italiano. Nacque il 20 ottobre 1874. Mia nonna Dell’Olio Gestina nacque nel 1885. Mio padre Ranio Andrea nacque nel 1911 a Kerch. Mia madre Ranio (da ragazza Porcelli) Elisabetta nacque nel 1922 a Kerch.
La famiglia Ranio abitava a Kerch vicino al mare e al piccolo fiume chiamato Melek–Cesmé. Ebbero una casa, economia, cavallo, mucca, maiali, galline. Si occupavano per lo più dell’agricoltura. Ebbero un orto, un terreno dove coltivavano i pomodori e cucurbitacee. Mio nonno e suo fratello portarono il raccolto con un carro alla fabbrica di conserve. Dall’infanzia furono abituati a lavorare.
I miei nonni ebbero quattro figli: mio padre e le sue tre sorelle Dolorata nata nel 1903, Lidia ed Eugenia. Una volta affondò una nave dov’era mio nonno Saverio. C’erano tante vittime. Il nonno fu salvo ma morì dopo il naufragio dalla scossa che ha subito. Dopo la sua morte repentina suo fratello maggiore Ranio Andrea prese cura della famiglia. Negli anni trenta Andrea fu rimpatriato in Italia.
Altro mio nonno Porcelli Franco fece capitano. Anche lui abitava con la famiglia vicino al fiume Melek–Cesmé. Lui, sua moglie Losapio Maria e quattro figli Paolo, Elisabetta (mia madre), Caterina ed Elvira furono persone colte, e questo spirito di buona cultura, l’hanno conservato finora.
Quando Kerch fu occupata dai tedeschi, alla casa dei Porcelli abitarono due ufficiali tedeschi. Secondo le parole di mia madre si comportarono in modo decente e personalmente a loro non fecero niente di male. Ma nello stesso tempo gli occupanti radunarono gli ebrei, li portarono fuori città, costringerono a cavare delle trincee e fucilarono. E poi obbligarono gli uomini (russi, italiani, ecc.) a sotterrare i cadaveri. Questi avvenimenti tragici accaderono a Kerch durante l’occupazione tedesca (la prima occupazione della città dal 16 novembre al 30 dicembre 1941; così in un mese e mezzo i nazisti sterminarono più di settemila abitanti di Kerch, l’8%, per lo più ebrei). Quando le armate sovietiche liberarono la città, gli avvenimenti tragici incominciarono per gli italiani.
I Ranio erano a casa, le donne stavano preparando l’impasto per cuocere il pane, preparono il pranzo. Gli uomini stavano nel cortile per faccende. All’improvviso entrarono militari e gli dettero mezz’ora per prendere la roba. Presero in fretta tutto che vedevono a portata di mano. Poi la famiglia fu portata al porto. La nave fu pronta [il signor Ranio non sa la data di questo evento. La maggior parte delle famiglie italiane fu condotta al porto il 28 gennaio 1942 e il giorno dopo cominciò la deportazione. Ma sembra che i Ranio furono presi il 29: non pernottarono in una baracca nel porto, ma subito furono caricati sulle navi]. Mentre gli italiani furono portati attraverso lo stretto di Kerch la nave dov’era mio nonno Franco Porcelli naufragò dall’esplosione di una bomba. Il nonno fu contuso ma vivo, e lo tirarono dall’acqua [probabilmente è l’unico sopravvissuto di qualche centinaia di persone, per lo più donne, bambini e vecchi]. Ma non si rimise più dalle malattie e dalla contusione e qualche mese dopo morì nella città di Atbasar in Kasakstan. La sua tomba è sparita come le tombe di tanti altri italiani morti durante la deportazione dalla fame e dal lavoro troppo pesante.
Gli italiani sono stati portati nei vagoni merci a Bakù, poi con un traghetto nella città di Krasnovodsk della Repubblica Sovietica Turkmenistan, e poi di nuovo con i treni a Kasakstan per lavori forzati.
Mio padre Ranio Andrea e suo cugino Felice (lo chiamavano anche Fjodor) lavorarono in una miniera di Karagandà nella stessa squadra con un altro mio zio Porcelli Paolo, fratello di mia mamma. Una volta tutti i giovani italiani furono radunati e mandati a lavorare a un giacimento di torba. Anche mio padre ebbe l’età che soggiaceva, ma quando venirono a prenderlo, era assente, e così non partì. Nessuno degli italiani mandati a quel lavoro tornò, morirono tutti. Poi alla miniera furono portati tedeschi e giapponesi, prigionieri di guerra. E gli italiani lavorarono insieme a loro.
Mia zia Dolorata si stabilì a Samarkand, una città della Repubblica Sovietica Usbekistan. Il resto della famiglia restò a Karagandà. Nel 1959 siamo trasferiti a Erevan. Due mie zie, Lidia e Eugenia son tornati a Kerch e abitano là con le famiglie [si capisce che tutti questi trasferimenti sono stati possibili dopo l’attenuazione del regime del confino speciale. I primi anni i deportati non potevano neanche cambiare casa senza il permesso del NKVD, né scegliere dove lavorare e cosa fare. Ma anche ora non tutti sono riusciti a tornare in Crimea]. Sono stato a Kerch nel 1967. La zia minore Ranio Eugenia mi ha fatto vedere dove la nostra famiglia abitava prima della deportazione. La casa è distrutta dal bombardamento e ora a quel posto si vede solo una buca dall’esplosione e degli spezzoni delle mura.
Sono lieto di poter raccontare la storia della mia famiglia. Purtroppo non sappiamo di più, e i nostri genitori sono già morti.
Sempre sognavo a vedere l’Italia. Ora cerco di avere la cittadinanza italiana, ho mandato una richiesta al Ministero degli Esteri della Repubblica Italiana.

Buongiorno, mi chiamo Igor Pavlovich (patronimico, figlio di Paolo\Pavel) Catricio, nato nel 1947. Abito a Tallinn (Estonia). Da tempo cerco informazioni su mio padre Catricio Pavel Kusmich (forma russificata, vuol dire Paolo, figlio di Cosimo), che non ho visto mai.
Mio padre fu italiano e nacque a Kerch nel 1912. Durante la Grande Guerra Patria [così fu nominata in URSS la Seconda Guerra Mondiale dal 22 giugno 1941 al 9 maggio 1945] conobbe mia madre Sarafannikova Ekaterina Ivanovna e nel 1943 si sposarono.
Mia madre raccontava che il padre fu pilota militare e durante la guerra combatteva all’Estremo Oriente. Finita la guerra seppe che i suoi fratelli sono stati perseguitati [arrestati con la solita imputazione di spionaggio a favore dell’Italia e fucilati]. So che nel 1947 mio padre faceva il servizio nell’unità militare della città di Ociamcira in Abkasia. Non so più niente sulla sua sorte.
Vorrei sapere almeno qualcosa sui parenti del papà. Non riesco a trovare informazioni, ho fatto tante richieste in vari archivi. Mi piacerebbe conoscere le altre famiglie di origine italiana.

Le testimonianze sono state raccolte da GIULIA GIACCHETTI BOIKO, presidente dell’associazione che riunisce attualmente gli Italiani di Kerc. Sue sono le annotazioni fra parentesi quadre. Non si è ritenuto di apportare correzioni grammaticali e sintattiche alle testimonianze che sono state riportate tal quali.

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