Stalingrado, romanzo epico storico di Vasilij Grossman

di Paolo Rausa

Una grande opera narrativa corale. Epica e storica. Quattro anni di guerra e di assedio documentate da un corrispondente che ha vissuto sul luogo le tensioni drammatiche e le pressioni distruttive esercitate dalla grande armata condotta del colonnello generale von Paulus. Tutto per soddisfare le mire espansionistiche di potere definite nel dettaglio il 29 aprile 1942 a Salisburgo da Hitler e Mussolini. Che cosa cercassero nelle steppe russe i due commilitoni non è dato sapere, se non l’esercizio della volontà di potenza, soprattutto dei tedeschi e della loro inarrestabile macchina da guerra che sfornava armate e divisioni che come un fiume in piena con la guerra lampo – Blitzkrieg – inondavano di morte e distruzione tutta l’Europa e ora sentivano l’esigenza di colpire i russi in uno dei loro crocevia più importanti dopo aver assediato e costretto alla resa Odessa, Sebastopoli e Rostov sul Don. Di collegamento fra Mosca e il Mar Caspio sulla direttrice nord sud e l’ultimo avamposto verso est prima di dilagare verso le steppe kazake. Vasiliij Grossman, ingegnere minerario, giornalista e scrittore, era nato a Berdičev nei pressi di Kiev in Ucraina nel 1905 e morì a Mosca nel 1964. Ha scritto una serie di racconti e alcuni romanzi, fra cui: Il popolo è immortale, 1943; L’inferno di Treblinka (1944); con Il’ja Grigor’evič Ėrenburg, Il libro nero – Il genocidio nazista nei territori sovietici 1941-1945; Per la giusta causa oppure Per una giusta causa, 1952; ora Stalingrado  in questa traduzione di Claudia Zonghetti, a cura di Jurij Bit-Junan e Robert ed Elizabeth Chandler; Vita e destino, scritto nel 1959, fu pubblicato postumo nel 1980; Tutto scorre…, scritto fra il 1955 e il 1963, fu pubblicato postumo nel 1970; Il bene sia con voi!; La cagnetta; Uno scrittore in guerra (1941-1945. Durante la seconda guerra mondiale fu corrispondente di guerra per il quotidiano dell’esercito Krasnaja Zvezda (Stella Rossa). In quel periodo cominciò a comporre una grande opera sulla guerra, incentrata sulla battaglia di Stalingrado, e diede alle stampe Il popolo è immortale (1943), sui sacrifici sofferti dai popoli dell’Unione Sovietica e dello spirito combattivo che li animò durante l’invasione tedesca del 1941. Vita e destino (Zhizn i sudba) e Stalingrado (Za pravoe delo, Per una giusta causa, in italiano uscito come Stalingrado) sono una dilogia a cui Vasilij Grossman cominciò a lavorare già dal 1943. Grossman lavorò tutta la vita a questo romanzo. Ne sono testimonianza le infinite edizioni pubblicate a partire dal 1952, a puntate nella rivista Novyj Mir. Seguirono numerose e defatiganti correzioni, richieste di correzioni, espunzioni e inserimenti, virgole, punti, ecc. fino alla terza edizione del 1956 per la casa editrice ‘Sovetskij pisatel’, che viene utilizzata da questa edizione italiana Adelphi 2022. Questi aspetti sono fondamentali per capire l’atmosfera politica e culturale in Unione Sovietica ai tempi di Stalin, per quanto l’autore avesse esplicitamente dichiarato che si poneva in continuità ideale con la grande opera di Lev Tolstoj, Guerra e pace, che esaltava la risposta non solo militare ma di popolo all’invasione napoleonica del 1802, finita con la fuga dei francesi dopo una inutile occupazione di Mosca abbandonata dai suoi abitanti. Kutuzov era stato l’artefice di questa tattica di resistenza passiva. Grossman era andato ad ispirarsi alla tenuta di Jasnaia Poljana, cercando una specie di adesione del glorioso avo al suo progetto. E difatti il suo romanzo sarebbe stato considerato la continuazione ideale dell’altro se non fosse stato per il clima da guerra fredda, la gelosia e l’ostilità del dipartimento per l’agitazione e la propaganda (Agit-Prop) e il crescente antisemitismo. Stalin non gradiva che si desse troppo rilievo alle sofferenze degli ebrei, anzi il nemico interno faceva comodo in un periodo di riedificazione post bellica. Ovviamente ci sono molti elementi che differenziano Stalingrado da Guerra e Pace. Innanzitutto la drammaticità degli avvenimenti e la infinita più grande forza distruttiva delle truppe tedesche e il fatto non secondario che Grossman vivesse in diretta, in primo piano, le distruzioni della città e le conseguenze sul popolo russo costretto ad evacuare affannosamente e disordinatamente i centri che si interponevano fra loro e i tedeschi. Poi la strenua difesa dei soldati e degli ufficiali che si opponevano eroicamente, non solo per rispondere alle sollecitazioni del potere centrale sovietico di resistere e di non indietreggiare, ma anche come consapevolezza acquisita della difesa di una comunità estesissima, come quella sovietica, che rischiava di perdere storia cultura e territorio. Questo è uno dei tratti più significativi nel racconto infinito di Grosmann di questi personaggi tratti dalla vita dei campi o dalle miniere. Di poche parole, come Novikov il picconatore, che sollecitato dai commissari politici di aumentare l’estrazione di carbone rivolta a dei poveri minatori stremati, che avevano cavato il sangue e che avevano già raggiunto l’obiettivo fissato, risponde senza scomporsi: “Datemi il piano” e si inoltra nella vena della montagna come se fosse un suo organo interno. Di questi personaggi è ricco il romanzo che ruota, come Guerra e Pace, intorno ad una famiglia ma che qui si allarga fino a comprendere generi diverse di persone, anche nel campo tedesco, che fanno del loro dovere un impegno fino alla morte. Fra tutti l’addetta al reparto infermeria Lena Gratjuk che dignitosamente rifiuta di accettare il dono frivolo inviato dalle donne americane e il compagno comandante del battaglione Filjaškin che con una compagnia di fucilieri rioccupa la stazione centrale di Stalingrado e resiste per tre giorni e tre notti ai ripetuti attacchi tedeschi per rioccuparla, fino al sacrificio finale di tuti i soldati, compreso lui e l’infermiera che aveva sdegnosamente respinto l’offerta del dono. Altro elemento molto significativo del romanzo è la partecipazione agli avvenimenti del paesaggio, la steppa, il fiume, il cielo, e gli animali che sembrano in qualche modo essere chiamati in causa per le conseguenze a subire rovinosamente e drammaticamente questa insania umana che è la guerra. Ma qui Grossman si abbandona ad una partecipata elegia, alla poesia del paesaggio che si personifica e diventa interlocutore rasserenante degli uomini e delle donne in balia del destino. Grossman non assume mai toni ideologici e come Omero, chiamato in causa più volte, riconosce che la guerra è fatica, pónos come dicevano i greci, che accomuna tutti in un destino di sventura, mettendo in evidenza la necessità comunque di resistere contro tutti i tentativi di minare la libertà e la democrazia da qualunque parte vengano.  Nel 2010 è stato onorato come Giusto al Giardino dei Giusti di Milano. Biblioteca Adelphi 731, Milano, 2022, pp. 884, € 28,00.

San Giuliano Milanese, 04/08/2022

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