“Breve storia di chiunque sia mai vissuto. Il racconto dei nostri geni” di Adam Rutheford

di Paolo Rausa
In tempi di coronavirus, che falcidia in tutto il mondo migliaia di persone, la nostra attenzione è volta a virologi e scienziati che divulgano con semplicità e brillantezza temi e problemi che hanno attraversato sin qui l’umanità. Per la verità non è la prima pandemia che ha travolto il genere umano. Molte altre virulenti malattie ne hanno minato l’esistenza. Adam Rutheford, divulgatore scientifico e conduttore televisivo inglese, ci fa compiere un viaggio nella nostra storia attraverso lo studio del DNA tratto dai resti rinvenuti di ominidi sparsi nel mondo, originari dell’Africa. La nostra storia è storia di migrazioni. “Questo libro parla di voi, – introduce l’autore -, è il racconto di chi siete e di come siete venuti al mondo. E’ la nostra storia individuale e anche la nostra storia collettiva”. La vita sulla Terra esiste da circa 3,9 miliardi di anni, mentre la specie Homo sapiens è apparsa 200.000 anni fa. La scrittura è nata circa 6.000 anni fa nel Medio Oriente, quella che chiamiamo la Mezzaluna fertile. Ma quanto è lacunosa la storia!, egli si rammarica. Con L’origine della specie di Darwin si spalanca una finestra sull’evoluzione umana, un poema epico delle nostre gesta impresse nei resti degli uomini e donne che hanno calpestato il suolo prima di noi. Migrazioni e sessualità, secondo Rutheford definiscono il nostro percorso esistenziale. “I nostri genomi, i nostri geni e il nostro DNA contengono una registrazione del viaggio compiuto dalla vita sulla terra: 4 miliardi di errori e tentativi che hanno noi come risultato.” Un viaggio che ci consente di percorrere la genetica, accanto alle altre scienze, alla archeologia e alla geologia per ricostruire il nostro passato. Liberandoci di luoghi comuni, molto spesso utilizzati per giustificare le discriminazioni  razziali che non hanno alcun fondamento scientifico se non politico e sociale. L’evoluzione, la genetica e il sesso sono per lo più indifferenti alle nazionalità, ai confini e all’ebrezza del potere. Il DNA ci serve come testo da affiancare alle fonti storiche per conoscere le vicende che hanno interessato i nostri progenitori e che leggiamo nei nostri geni. “Una specie nomade e lussuriosa” la definizione che ci riserva Rutheford, a cui siamo giunti attraverso il percorso accidentato degli scienziati grazie alla lettura del DNA. Darwin innanzitutto e la sua origine della specie, Linneo e la sua classificazione. Le tappe delle scoperte via via hanno aperto la strada alla comprensione del DNA avvenuta nel 1953 con la sua struttura a doppia elica. Tutto cominciò con la consapevolezza quasi di una missione, facilitata dalla conquista della stazione eretta. Un processo evolutivo che ha scandito la presenza dei vari esemplari di ominide: homo erectus, neanderthal, homo heidelbergensis, la camminatrice Lucy, ecc. Il passaggio successivo è avvenuto con la rivoluzione tecnologica rappresentata dall’agricoltura ad opera della specie umana, che ha la scienza nell’anima, quasi l’esatto opposto della naturalità. Il lungo cammino della scienza ha spiegato i dettagli della nostra conformazione, i capelli neri, quelli rossi,  e man mano ha smontato le false concezioni frutto delle nostre convenzioni. Il coronavirus non è stato il primo flagello dell’umanità che viene dalla Cina, è stato anticipato dalla yersinia pestis, che causò un’ecatombe nel VI secolo, con epicentro a Costantinopoli e determinò probabilmente la fine del dominio romano. La peste nera nel 1350 falcidiò un terzo della popolazione. Il marchio della peste è impresso nei nostri geni. Che cos’è la scienza se non un processo autocorrettivo per acquisire conoscenza e comprensione delle cose? Il dubbio è sua la pietra angolare, una base solida su cui costruire un’argomentazione fondata sui dati. Essa si è così adoperata per fare piazza pulita dei pregiudizi contro gli zingari o i nativi americani che sarebbero predisposti all’alcolismo. Solo nel 1833 l’approvazione dello Slavery Abolition Act sancì l’abolizione della schiavitù in tutto l’impero britannico. Non fu facile, considerando la posizione espressa anche da cosiddetti progressisti, che propugnavano la necessità di sterilizzare le donne per limitare le nascite o di privare dei diritti civili i deboli di mente. Dal punto di vista di un genetista le razze non esistono. Ciò non significa che il razzismo non esiste, ne è consapevole Rutheford. E aggiunge che la scienza è una missione collettiva e che gli errori sono il suo fondamento. Ma allora se la scienza acquisisce la conoscenza, può debellare le malattie grazie alla nostra conoscenza del genoma e curarle con una idonea terapia genica? Niente di tutto ciò, chiarisce l’autore. Si ricorre al DNA nella diagnosi di tumori, delle aritmie cardiache e nella identificazione di migliaia di malattie. Lo studio del genoma è esercizio di umiltà. La scienza non è al di sopra di noi ma ha bisogno di  tutti per poter scavare nel mistero della nostra esistenza e scoprire la meraviglia che siamo. Come riusciamo a spiegare alcune peculiarità di individui superdotati, tipo il fascino irresistibile di una bella donna come Marilyn Monroe, oppure l’intelligenza straordinaria di Einstein o la malvagità atroce di Hitler? E’ evidente che esiste una componente ereditata anche importante, – ammette l’autore – ma essa è quantificabile nelle popolazioni, non negli individui. Non si potrà scoprire mai un gene della malvagità o della bellezza o del genio musicale, perché non esistono. L’ereditarietà è un gioco di probabilità, non il nostro destino. L’epigenetica è una parte necessaria della nostra ricerca infinita per sciogliere l’imperscrutabilità dell’esistenza. Sono stati compiuti molti progressi nei vari campi della conoscenza e sono state eradicate malattie che falcidiavano gli antichi popoli. Ora siamo insidiati da un nuovo virus che viene definito nemico invisibile e contro il quale siamo inermi. La nostra evoluzione continuerà? Certamente risponde Rutheford, finché gli umani continueranno a fare sesso e a generare figli. La nostra impronta sulla terra ha marcato con  segni pesantissimi la natura e l’ambiente sulla Terra in termini di cambiamenti climatici, disboscamenti e scioglimento dei ghiacciai. Entro il 2025 si stima una popolazione mondiale di 9 miliardi. La nostra evoluzione procede dunque ancora sotto gli auspici della selezione naturale? Ormai nella nostra vita non c’è niente che possa essere considerato sotto nessun aspetto naturale, ritiene l’autore. L’uomo ha alterato in ogni modo possibile il mondo in cui vive da decine di migliaia di anni. Tuttavia molti progressi sono stati compiuti, per es. nella riduzione consistente della mortalità infantile, sebbene non  così in  tutte le aree del mondo. La storia di tutti gli umani esistiti è scritta nel nostro DNA o è sepolta sotto terra. Non resta che predisporci a continuare questa avventura che durerà “finché continuiamo a mettere al mondo nuovi esseri umani”. La curiosità, non la vanità, ci spinge a interrogare noi stessi e il nostro riflesso dentro gli insondabili confini dell’anatomia, nelle cellule e nei geni. L’uomo si è elevato e ha guardato verso l’alto, verso il cielo, aspettando risposte alle infinite domande, poi ha abbassato lo sguardo sulla terra e sui mari e li ha esplorati, come fa la scienza che è esplorazione. Il monito del filosofo a conoscere sé stessi ha dunque trovato una strada esaminando il genoma, il libro della nostra esistenza. Bollati Boringhieri editore, 2017, Torino, pp. 342, € 26,00.

San Giuliano Milanese, 11/06/2020

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