IL CARCERE DELLE PAROLE

Foto Claudio Furlan – LaPresse
08 Marzo 2020 Milano (Italia)
News
Rivolta dei detenuti al carcere San Vittore a causa delle nuove misure per l emergenza coronavirus
Photo Claudio Furlan/Lapresse
09 March 2020 Milan (Italy)
Inmates rebellion at San Vitttore prison for the new coronavirus measures

di Vincenzo Andraous
Stavo riflettendo sul carcere italiano, sul nostro paese, sulla nostra Costituzione, sulla tragicità di certi accadimenti, nella mente scolpita l’immagine di questo sub-mondo devastato, tanti morti ammazzati in pochi giorni. Rischio contagio e isolamento, cittadini detenuti denunciati a migliaia, questo silenzio irriverente che avvolge colpevoli e innocenti. Si fa presto a fare diventare le parole ferro bruciato, acciaio contorto, parole che hanno il sapore del sangue e  dell’ira che sale. Quando c’è il carcere di mezzo le parole si piegano agli spazi, alle virgole, ai punti in sospensione, non concedono pausa, solamente lo sconcerto della disperazione. Tutto questo dentro uno spazio sovraffollato da chi è disperato al fondo, di chi non ha più speranza. Le parole ancora sbattono sui cancelli blindati, fanno pressione, spingono in avanti, incrinano la voce, fanno male al cuore, parole che urlano e gridano, graffiano e lacerano, sono parole che accatastano le emozioni, le fanno rimbalzare, disperdere, finché non rimane più niente. Quale scopo, quale utilità, questo carcere, se non rispetta la dignità delle persone, non educa al rispetto di sé stessi e  degli altri, se non contempla norme, leggi, costituzione,  a tutela di ognuno e di ciascuno, ma invece stabilisce priorità al valore delle cose, degli oggetti, soprattutto dei numeri. C’è necessità di parole sottovoce, in punta di piedi, parole di una preghiera per lo più sconosciuta, ma ben allacciata in vita a chi cammina in ginocchio, parole che urtano e scostano l’indifferenza dall’abitudine al male, parole che fanno bene alle coscienze,  parole che consentono ai piedi di stare ben piantati per terra, parole che  si fanno avanti e non lasciano scampo alle giustificazioni. Mi sono chiesto non di che colore è quel male che tanto dolore ha recato, non di che dialetto è quel silenzio di spalle alla propria dignità umiliata, non di che angolo di umanità derelitta e sconfitta proviene tanta dimenticanza del giusto. Quel che è accaduto mi ricorda altri tempi in cui nel tentativo di umanizzare un territorio inumanizzato si è fatto soltanto il gioco di chi il carcere lo voleva disumanizzato. La violenza  è sempre un comportamento sbagliato, non porta frutti, soltanto dolore. Ugualmente mi domando come è possibile pretendere speranza e ritorno alla vita dentro un luogo di morte. La risposta sta nella paura di esser tacciati buonisti,  di perdere consensi. In fin dei conti di che stiamo parlando se non di materiali in eccesso? Ancora parole che non vengono, che non vanno, che rimangono a metà della strada tra giustizia, legalità, umanità, ancora parole, questa volta non più banalità, ritornelli di un canzone vecchia come il mondo, almeno questa volta. Dio, questa volta, siano parole profetiche di un inno al rispetto e alla pratica delle leggi, come ha detto più volte qualcuno assai più autorevole di me: “Un’esigenza fondamentale della vita sociale per promuovere il pieno sviluppo della persona umana e la costruzione del bene comune”.

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