“La tenda rossa”, romanzo di Anita Diamant

di Paolo Rausa
Dina, figlia ultima di Lia e unica figlia di Giacobbe, intraprende a narrare la storia della sua famiglia, così come ci viene esposta nella Bibbia, ma con una particolare attenzione alla componente femminile, asserragliata nella ‘tenda rossa’, la tenda delle mestruazioni, ‘per la consapevolezza che la vita nasce fra le nostre gambe, e che la vita costa sangue’ – le rivela Lia. Non solo, un luogo liberato, dove le donne possono ‘liberamente’ trascorrere il tempo in intimità, senza la presenza ingombrante degli uomini. La scrittrice Anita Diamant ripercorre i passi della Bibbia, Genesi, mettendo in evidenza, dal punto di vista femminile, gli usi e costumi di una società patriarcale nomadica, dedita per lo più alla pastorizia, ma che già conosceva l’agricoltura onorata con le feste del raccolto dell’orzo.  Da Isacco e Rebecca era nato Giacobbe. ‘La loro era stata l’unione fra il mare e il cielo, la pioggia e la terra arida. Fra la notte e il giorno, fra il vento e l’acqua.’. Dina si sofferma a tracciare l’aspetto e il carattere della madre Lia, che si occupa di tutte le faccende domestiche più pesanti, contrapposta alla bellissima Rachele, ma sterile. Di lei si era innamorato Giacobbe, quando era fuggito presso lo zio Labano e si era messo al suo servizio in cambio della promessa di matrimonio. Le vicende si infittiscono, Rachele cede il letto a Lia dagli occhi bicolori, ‘uno azzurro come il lapislazzulo, l’altro verde come l’erba dell’Egitto’. Che quindi conobbe Giacobbe, giacendo con lui, da primogenita. La tenda rossa è il regno della bellezza e dell’oblio, del riposo dalle faccende domestiche e dagli sfiancamenti dei rapporti sessuali rigenerativi ma pericolosi per la vita stessa delle donne al momento del parto. Le donne imparano a riconoscere le erbe e a farne uso al momento del bisogno per curarsi e per le altre necessità. Per non rimanere incinte assumono il seme di finocchio; l’aristolochia, chiamata anche erba del parto, e l’estratto di canapa, per indurre il grembo a liberarsi del suo contenuto nei primi mesi della gravidanza; i semi di cumino per rimarginare le ferite, l’issopo e la menta contro l’acidità di stomaco, ecc. Rachele sceglie la strada della ‘vita contemplativa’ scrive Dante nel Purgatorio sulla scia di S. Tommaso. Mentre Lia è simbolo della ‘vita attiva’, lei impara a riconoscere e a fare uso delle erbe. Si mette al servizio di Inna, come aiutante ostetrica e poi si assume il compito in prima persona quando la vecchia cessa di vivere. La tenda rossa è il luogo del segreto e della conoscenza, dove si perpetua l’arte della tessitura e ci si prepara ai riti di passaggio dalla fanciullezza alla condizione di donna. Solo quando finalmente fu pronta a ‘inghiottire la luna’, Dina fu ammessa nella tenda rossa a vivere insieme alle quattro madri, Lia, Rachele, Zilpa e Bila, i segreti della conoscenza, le arti, i mestieri, la tessitura e la confezione degli abiti, l’uso di sfregare le mani e i piedi con l’henna, l’applicazione del hohl attorno agli occhi, i monili da indossare. Una vita felice e spensierata, ma gravosa. Intanto la famiglia cresce, i figli abbondano e anche Rachele diviene madre con Giuseppe e Beniamino. Dalla Cananea, la Terra di Israele, all’Egitto, le vite dei pastori conobbero la guerra con le tribù vicine e la dispersione ai quattro angoli della terra. Dina genera Bar-Shalem,  figlio di Shalem, del tramonto, in egiziano Re-Mose, ma è a Ghera, una ragazzina che ha incontrato nel campo di Giacobbe quando rientra dall’Egitto per onorare la sua morte, che raccomanda la loro storia in modo che non si perda traccia di quel popolo, della tribù di Giuda e della tenda rossa, dove le donne esercitavano l’incontrastato potere dell’amore. Anita Diamant, La tenda rossa, titolo originale The Red Tent 1997, Edizioni Tlon, 2019, Roma, pp. 404, € 20,00. Dal libro è stata tratta una miniserie in due puntate prodotta da Lifetime.

Milano, 31/08/2017

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