Bari, 21 maggio Portico dei Pellegrini, Basilica di San Nicola ‘Giornata mondiale per la Diversità culturale per il Dialogo e lo Sviluppo’ La convivialità delle differenze. La cultura base comune per la collaborazione fra i popoli

di Paolo Rausa
Diversità culturale non vuol dire contrapposizione, guerre, distruzioni, crociate, ma possibilità, opportunità, biodiversità come ricchezza. Facciamo riferimento nel mondo e nell’area a noi più vicina, il Mediterraneo, a culture e civiltà millenarie che si sono conosciute, confrontate e spesso scontrate. Culture e civiltà caratterizzate da una visione del mondo e da una spiritualità diverse dalle nostre ma non per questo nel loro rapporto inevitabile occorre giungere a conflitti devastanti che nuocciono a tutti i contendenti. Ognuno di noi è chiamato a contribuire al dialogo laico e confessionale, un dialogo che sviluppi un’idea di cooperazione per il benessere dei popoli.
Anche noi nel nostro piccolo diamo un contributo di cultura e di idee nell’insegnare la nostra lingua e cultura ai tanti migranti che giungono nella nostra terra da ogni parte del mondo. E’ da molti anni ormai che come Associazione Culturale Orizzonte gestiamo dei corsi di italiano, suddivisi per livelli, veri e propri laboratori di umanità, in cui si insegna la lingua e si confrontano modi di essere e di pensare che trovano momenti di dialogo nelle feste interetniche con cibi e musiche che si mescolano per dare vita a sapori e sonorità inusuali. Un altro strumento che adoperiamo per mettere in evidenza la ricchezza culturale è il teatro, cogliendo la voce delle varie etnie o zone del mondo, espressa da filosofi, pensatori, poeti, scienziati che comunicano le loro conoscenze al di là delle differenze per abbracciare i cittadini del mondo. Mi riferisco ad alcune rappresentazioni che come Compagnia Ora in Scena! abbiamo proposto per es. in occasione di Expo 2015, ‘Dalla terra la vita’, oppure a ‘Le Mille e una notte’ dove Sherazade assume il volto e la cadenza delle tante immigrate che raccontano le loro storie di violenza, di miseria, di guerra ma anche di speranza in un futuro migliore, e a quello che vi proponiamo il 24 maggio dal titolo significativo ‘Sguardi sul Mediterraneo, Miti Leggende Storie’, un viaggio fra i paesi rivieraschi che hanno espresso nel corso dei secoli desiderio di conoscenza, commercio, e contatti, non necessariamente con finalità belliche. Un excursus nella cultura dei vari popoli, nei viaggi avventurosi a cominciare dagli Argonauti e nella descrizione di territori che lambiscono il mare tra il comune desiderio di vita, che a volte trovano nell’attraversamento come esito la morte.  Pur consapevoli delle differenze, questo dialogo è necessario e rappresenta la sola nostra speranza di futuro. Ci accompagnano le parole di alcuni protagonisti del nostro tempo che hanno gettato un seme di luce nel campo dell’umanità. Nella riflessione ‘Pace e Pane’ don Tonino Bello chiarisce quale deve essere il corretto rapporto con l’altro che deve andare oltre le convenienze:
“Pace non è la semplice distruzione delle armi. E non è neppure l’equa distribuzione dei pani a tutti i commensali della terra. Pace è mangiare il proprio pane a tavola insieme con i fratelli. Di qui il nostro compito: dire alle nostre comunità, alle nostre città, in cui serpeggiano dissidi, di saper stare insieme a tavola. Non basta mangiare, bisogna mangiare insieme! Non basta avere un pane e ognuno se lo mangia dove vuole: bisogna poterlo mangiare insieme! Di qui la nostra missione: sedere all’unica tavola, far sedere all’unica tavola i differenti commensali senza schedarli, senza pianificarli, senza omologarli, senza uniformarli. Questa è la pace: convivialità delle differenze’.
Si capisce da questa premessa di don Tonino Bello che il cibo è strumento di pace e di espressione culturale. Se per un verso l’accesso al cibo rappresenta un requisito fondamentale di una convivenza pacifica dei popoli, d’altra parte il cibo e le modalità del suo consumo sono il principale strumento di incontro, dialogo, conoscenza e integrazione tra i popoli.
Da un religioso ad un politico, José Mujica, capo di stato uruguaiano dal 2010 al 2015:
“La sfida che abbiamo davanti è di una grandezza colossale e la grande crisi – lo sappiamo – non è ecologica, è politica! L’uomo non governa oggi le forze che ha liberato, ma queste forze governano l’uomo… E la vita! Noi non veniamo alla luce per svilupparci solamente, così, in generale, ma per essere felici. La vita è corta e se ne va via rapidamente. E nessun bene vale quanto la vita… Chiaro. La vita ci scappa via, lavorando per consumare un sovrappiù. Il motore è la società dei consumi. Se si paralizzano, si ferma l’economia e appare il fantasma del ristagno. Ma questo super consumo è lo stesso che sta aggredendo il pianeta. Questi problemi di carattere politico ci indicano che è ora di lottare per un’altra cultura. Non si tratta di immaginarci un ritorno al tempo delle caverne o di costruire un monumento all’arretratezza. Però non possiamo continuare ad essere governati dal mercato, dobbiamo essere noi a governare il mercato. Impariamo dai vecchi pensatori, come Epicuro, Seneca o gli Aymara. Essi dicevano che povero non è chi possiede poco, ma chi ha tanto e desidera ancora di più. Questa è una chiave di carattere culturale. La causa della crisi è il modello di civiltà che abbiamo costruito. Perciò dobbiamo cambiare e fare nuove scelte di vita! I lavoratori hanno lottato tanto per le 8 ore di lavoro. E ora chiedono le 6 ore. Ma quello che lavora 6 ore si cerca poi due lavori. Così lavora più di prima.  Perché deve pagare una quantità di rate per la moto, l’auto e tutto il resto! E allora facciamoci la domanda: è questo il destino della vita umana? Le cose che dico sono molto semplici. Lo sviluppo non può essere contrario alla felicità. Deve essere a favore della felicità umana; dell’amore sulla terra, delle relazioni umane, dell’attenzione ai figli, del mantenere rapporti di amicizia, del possedere il giusto, l’elementare. Proprio così. Perché è questo il tesoro più importante che abbiamo: la felicità!
Nel ‘De rerum natura’ Lucrezio si chiede fra l’altro se nella loro varietà i paesaggi naturali non siano da concepire come particolari habitat destinati alle specie diverse dei viventi, sia animali che vegetali.
L’attualità del messaggio lucreziano è reso ancora più drammatico ai giorni nostri dalle condizioni critiche ambientali della terra. Esse non ci devono far abbattere, al contrario ci devono spingere a intensificare il nostro impegno a favore dell’ambiente naturale. Non possiamo permetterci di perdere l’unica terra che abbiamo  e,  riponendo da inguaribili ottimisti fiducia nella intelligenza umana, esprimiamo la speranza, come scriveva Strabone nella sua Geografia, che i popoli arrivino a cooperare per affrontare le sfide che attendono l’umanità nell’utilizzo equo delle risorse naturali e facendo in modo che tutti gli sforzi siano compiuti per aiutare i popoli meno ricchi e meno fortunati, facendo leva sui “frutti del raccolto, le conoscenze tecniche e la formazione morale”, consapevoli che la terra appartiene a tutti i viventi e che ci è stata lasciata in prestito per le generazioni future.
Alla domanda posta dal professor John Felstiner della Stanford University: “La poesia può salvare la Terra?”, rispondiamo con lui – “Il nostro pianeta continuerà a muoversi fino a che il Sole non si spegnerà. La poesia però può stimolare la nostra coscienza di custodi della Terra, consentendoci di salvare noi stessi”.
“Sguardi sul Mediterraneo, Miti Leggende Storie”, lo spettacolo multimediale che proponiamo il 24, getta un ponte di conoscenza sulle culture mediterranee, fiorite nel corso dei secoli sulle sue sponde, attraverso la rappresentazione e la lettura di testi letterari. Le parole e i versi  recitati saranno accompagnati da video che inquadrano gli autori e i loro contesti territoriali, tratti da film o da repertori disponibili. Il viaggio attraverso il Mediterraneo è noto fin dai racconti tramandati sotto forma di  miti e leggende (Le Metamorfosi di Ovidio, Le Mille e una notte) e dalle rappresentazioni teatrali della Grecia antica (La Medea di Euripide), il primo contatto immaginario degli eroi greci fra l’occidente e l’estremo lembo del Mediterraneo, il Mar Nero, la mitica Colchide alla ricerca del Vello d’oro. Nel corso dello spettacolo, la parola cede più volte il passo alle musiche e alle danze, espresse nei ritmi tipici del Mediterraneo. Seguono poi i racconti fantastici de “Le Mille e una notte” con i quali Sherazade salva la sua vita e piega le pretese violente e distruttive del visir, gli autori  salentini (i poeti Vittorio Bodini, gli scrittori di romanzi, Maria Corti), il poeta greco Costantino Cavafis, il germanista Claudio Magris, il bosniaco Ivo Andrić, il danubiano Elias Canetti, gli scrittori e poeti della sponda maghrebina del Mediterraneo, Tahar Ben Jelloun, Mohammed Bennis ed Edouard al-Kharrat, lo scrittore israeliano David Grossman e il Mediterraneo di Orhan Pamuk, visto dalla sponda turca con il suo Istanbul, infine personaggi infaticabili, costruttori di pace e di ponti come Alexander Langer.
Grazie per la vostra attenzione. Vi aspetto martedì 24 maggio ore 20,30 nella Chiesa di Santa Teresa dei Maschi.
Bari, 21 maggio 2018

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