I Volti ri/tratti da Carlo Casciaro, ora in catalogo. Presentazione lunedì 24 luglio alla Puteca de mieru a Minervino di Lecce

di Paolo Rausa
Come ogni lunedì sera ci si aspetta molto dalla Puteca de mieru. Antonio è irreperibile, nascosto tra i fumi della cucina. Non può distrarsi e non risponde neppure quando gli si chiede un bicchiere di vino. La legge è legge. Si parte alle 21. Poi si intenerisce. Man mano il locale si riempie. In tacito convegno. Si capisce che ogni sera accadrà qualcosa di nuovo, di tenero a volte, ma non si intuisce da subito il motivo trainante. Ai tavoli gli artisti. Pasquale copre di colori la sua Cappella Sistina e impreca contro i direttori di musei che non apprezzano la sua arte innovativa, rimandando il giudizio a dopo la sua dipartita. Al che risponde con corna e bicorna e toccandosi gli zebedei. Lascerà l’Italia per il nuovo mondo. Peccato! Accanto a lui Vincenzo, fine intagliatore, asceso al cielo dopo aver consegnato l’Ultima Cena tra le mani del Pontefice. ‘Santità, questa è l’espressione del Cristianesimo!’ – sottintendendo che di quello che era venuto dopo non condivideva granché. Il Papa gli porse la mano, incantato da tanta bellezza. Man mano la sala si riempie, soprattutto nella zona prossima alla porta, più sgombra quando è assente il cantante corpulento. Giovanni e Biagio sono in attesa, fremono. Sorridono non appena varca la soglia P40, che incomincia a lanciare parole di introduzione per ravvivare la serata. Ha il pugno chiuso e minaccia ascolto. Invita Antonio a prelevare la reliquia preservata nel sancta sanctorum della puteca, un enorme tamburello che riporta sul cuoio teso una incisione colorata, uno schizzo di natura, un paesaggio. Con una mano esibisce la grande ruota, dall’altra appena aperta fuoriesce lui, ‘lu nziddhru’, un piccolissimo tamburello in miniatura che come la goccia che cadenza la pioggia così questo minuto strumento cadenza l’armonia della musicalità a percussione, la pizzica sfrenata. Mentre i ballerini danzando vorticosamente fino allo sfinimento dei sensi simulano l’amore e la morte. Qui, ora un bel tripudio di canti e ritmi, parossismo e aspetto ambiguo della nostra esistenza. Giovanni ha dedicato una canzone a ‘lu nziddhru’. Si fa accompagnare da P40: ‘Lu nziddhru è nu strumentu come tanti,/ e a denti stritti tocca lu pronunci,/lu pane quantu pare ca te binchia,/te binchia cu lu soni e cu lu canti…’ Il ritmo c’è, tutti seguono con i battiti delle mani e si emozionano per il fatto che Biagio abbia esercitato la sua arte miniaturistica con questa precisione. Spiega il senso di questa realizzazione, un oggetto di arredo lo definisce, perché ha voluto donare agli amici di cuore un gesto d’amore per festeggiare i suoi 26 anni di matrimonio con Ada, che stampa ripetutamente baci sulle sue labbra come per sigillare l’amore. Antonio si affretta a frugare nel frigo-bar, da cui fuoriesce miracolosamente uno spumante che sgorga sui fortunati avventori di questo angolo di mondo, creativo e folle per ingannare la malinconia e sorridere dei capricci della vita, in attesa del prossimo lunedì.
Carlo Casciaro e Antonio Amato, l’uno pittore di scorci del paesaggio agreste salentino e di volti incartapecoriti dal tempo – puoi leggerci la vita dura, soffocata, un bar/lume di sorriso -, l’altro ha trasfuso nella cucina salentina della ‘Puteca de mieru’ tutta la passione per i prodotti genuini di una terra, emblema del rosso sangue – i pomodori – il giallo della terra illuminata dai legumi, i pezzetti di carne che navigano nel piatto come se volessero sfuggire ai tanti clienti affezionati che tutte le sere, e in particolare il lunedì, cosiddetto degli artisti, si affollano dapprima ordinatamente tavolone per tavolone come se fossero lì giunti per la prima volta, quasi non conoscendosi. Il tempo di ordinare una bottiglia di rosso o rosato, negramaro, malvasia o primitivo, il tempo breve perché l’atmosfera si surriscaldi e accade il finimondo. P40 non fa neppure in tempo a presentare gli ospiti, cantanti, musicisti, scrittori, poeti, saltimbanchi, organettisti, fisarmonicisti, tambur(r)ellisti – con una o due r -, evidenziando la enorme differenza secondo la teoria, accolta da certuni, di Claudio Cavallo – e si scatena l’inferno. Letteralmente. Incomincia a prendere forma la puteca da luogo di mescita a palcoscenico di spettacolo. Artisti di ogni dove e di ogni specialità si danno convegno, scatta il ritmo, si alzano le percussioni, grida, urli, canti. Antonio Amato, il cuoco e tuttofare, è sbalordito, è felice e stanco. Non sa a chi dare retta per primo. Si sofferma a guardare con una virata d’occhi la sua creatura e riprende, riprende…
Carlo Casciaro nel corso del tempo ha osservato con il suo occhio clinico volti e movenze, le ha interiorizzate. Ha capito che gli si offriva l’occasione di fissare a matita o a pastelli, raramente a olio, i caratteri di una razza, di un estro, di una teoria, di una prassi, il sentire comune, di ognuno e di tutti, che questa terra ha elargito per l’uno e per l’altro, e per tutti noi. Quel lunedì sera 19 settembre dell’anno scorso i ri/tratti sono stati  esposti in mostra alla Puteca de mieru, a Minervino di Lecce, in via Vittorio Emanuele, n. 42.
Degno epigono del grande pittore Giuseppe Casciaro (Ortelle, 9 marzo 1863 – Napoli, 25 ottobre 1941), del paese di Giorgio Cretì scrittore di ‘Pòppiti’, ho incontrato per la prima volta Carlo un pomeriggio infuocato salentino di quasi metà luglio nel 2012. Mi aveva colpito un suo quadro in acrilico che riproduceva la piazza di un paesino accanto al suo, Diso, con alcuni elementi innovativi: le piccole costruzioni accostate le une alle altre, poste a ridosso della chiesetta e intorno ad una colonna votiva una strada o viottolo, alcune figure umane, molto piccole, che animavano la rappresentazione, colori pastosi e il cielo che sovrastava limpido e sereno, insomma un paesaggio andino in pieno Salento! Il giorno dopo ero a trovarlo nel suo studio a Ortelle, ricavato da una cantina, arieggiata e rinfrescata naturalmente, dove è racchiuso il suo mondo. In altri tempi mi avrebbe accolto con un epiteto, ‘liccaviddhranze’ (leccabilance) e io avrei avuto gioco facile a ribattere ‘nijatu’ (annebbiato), ma ora ad una certa età ci sembrava ridicolo conservare quelle espressioni. Invece abbiamo subito scoperto una esperienza comune di docenti nelle periferie degradate della metropoli milanese, un’esperienza che ha lasciato un’impronta sconvolgente nell’animo di Carlo. E’ rimasto per circa 20 anni a Milano, ma si è occupato poi di altre attività. La sua figura mi ha subito ricordato  un personaggio del cinema americano, il beffardo Jak Nicholson. Carlo è nipote d’arte ed egli stesso ha frequentato gli studi dell’Accademia delle Belle Arti e dell’Artistico prima. Tutti elementi biografici che troviamo stilizzati, dipinti e ripresi nelle sue opere. Innanzitutto nei ritratti di personaggi significativi del paese, caratteristici ma marginali: barboni, mendicanti o pulitori di strade. I volti di Dunatu Capone, senza fissa dimora se non una stalla, di Peppe Zainu, di mescia Cosima Triaga e di Santu Lanzilau rappresentano delle figure irripetibili, a cui l’artista ha dato un’anima e li ha appesi come se attraversati dalla sua matita – loro che sono sempre stati negletti dalla società -, ora finalmente potessero dare bella mostra di sé e recuperare, attraverso la loro rappresentazione, la dignità perduta. L’amore per il passato è testimoniato dalle raccolte di foto d’epoca che Carlo Casciaro conserva gelosamente nel suo archivio improvvisato e apparentemente disordinato. Le immagini dei paesaggi salentini, del mare che ammalia e della campagna che ristora, testimoniano l’attaccamento alla nostra terra salentina. Con il passaggio dalla ritrattistica su cartone con matita ai dipinti in acrilico Carlo recupera la  memoria e rende omaggio a questi piccoli centri, semplici negli snodi urbanistici e architettonici, ma vissuti, tipici delle abitazioni rurali.  Piazze, strade e viottoli si animano di personaggi noti e familiari o indistinti, ma l’elemento umano non è mai soverchiante sull’ordito generale. Anzi piuttosto discreto, atteggiamento che rivela un approccio e un accostamento delicato e gentile a queste forme di vita e di sapere dei coltivatori di orti. Non che manchino installazioni realizzate con tecniche informatiche d’avanguardia, ma le sue opere si collocano preferibilmente in contesti strutturali tipici delle costruzioni a volta. Una concezione che Carlo ha trasferito sulle magliette impresse, oltre che per vivere, soprattutto per lasciare un segno indelebile e affettuoso delle sue performances artistiche. Ora nei Volti ri/tratti della Puteca de mieru a Minervino di Lecce. Il Catalogo sarà presentato qui lunedì prossimo 24 luglio alle ore 21,00.

Poggiardo, 23/07/2017

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