L’approdo del metano sulla costa di Melendugno (Le), fra timori ambientali e opportunità energetiche

di Paolo Rausa
L’approdo di Enea, accolto da esule, e l’assedio dei Turchi, Otranto 1480. Resta ancora viva fra la gente di queste parti l’eco delle vicende storiche e dei tanti invasori che si sono susseguiti sino a quello odierno. Così viene percepito il gasdotto che si snoda lungo quattromila chilometri, da Baku capitale dell’Azerbaigian a Melendugno (Le), una strada che ripercorre le vie carovaniere della seta e dell’incenso. Ricalcata sul tragitto che da Roma imperiale con la via Appia, la Regina viarum, dopo l’attraversamento del mare, approdava sulla sponda opposta epirota a Dyrrhachium e poi lungo la via Egnatia fino a Byzantium Constantinopolis e da lì attraverso l’Asia Minore e l’Armenia fino al Mar Caspio. Da qui ora parte la via del metano, il gasdotto TANAP (Trans Anatolian Pipeline) che diventa TAP (Trans Adriatic Pipeline), dieci miliardi di metri cubi di metano all’anno dal 2019. Un grande affare per i paesi coinvolti, specie ora dopo la crisi di Russia e Ucraina, le conseguenti sanzioni economiche e le ritorsioni russe, proprio in campo energetico. Per l’Unione Europea, che è il terzo consumatore mondiale di energia dopo gli Stati Uniti e la Cina, il gasdotto sarebbe un’ancora di salvezza e ancor più per l’Italia, avida di energia e dipendente dalla Russia, dalla Libia e dall’Algeria. Tutti convengono sulle opportunità economico-energetiche di questa grande via del gas. Il metano sarebbe trasportato nei gasdotti, tubi interrati anche sotto il fondale marino, dal diametro di circa un metro. Una quantità considerevole (dieci miliardi di metri cubi, fino a raddoppiare) sarebbe a disposizione dell’Italia (che consuma ora 78 milioni di metri cubi annui), per convertire le centrali a carbone, a olio combustibile e  a petrolio, e  smistare il sovrappiù ai paesi vicini. Questo grande progetto, il tracciato del gasdotto, trova l’opposizione proprio nel tratto finale, nelle amministrazioni locali e nelle associazioni ambientaliste del Salento che temono un forte impatto ambientale sulle marine di Torre dell’Orso (Melendugno). Una costiera che ha temuto i turchi nelle epoche precedenti e crede che i nuovi saraceni abbiano come arma non le galee o le scimitarre ma proprio il gasdotto. Tanto più che in questa zona sorge la grotta della Poesia. L’arte e la bellezza della natura contrapposte agli affari. Ma è così? L’impatto negativo di quest’opera nell’immaginario collettivo si scontra con l’opportunità di disporre di energia a buon mercato per convertire il sistema di riscaldamento e l’utilizzo del gas a scopi domestici, nonché per il trasporto. Nessun rischio vale la candela come si diceva una volta. Tuttavia, dal momento che si è scelto questo territorio per l’approdo, si dovrebbe intavolare una trattativa sull’utilizzo in sede locale a prezzi molto ridotti del metano, che resta sempre il gas meno inquinante, per avviare una seria politica di sviluppo più compatibile rispetto all’uso del petrolio, visti i rischi legati alla sua estrazione per le guerre in atto e alle operazioni di trasporto e di raffinazione. Spetta al Governo e all’Europa, che intende coprire il 30% del suo fabbisogno energetico con il metano, offrire l’opportunità di disporre dell’energia rappresentata dal metano, meno impattante dei parchi eolici e degli impianti fotovoltaici disseminati nelle campagne salentine, e convincere scettici e  contrari che ancora una volta non si sta consumando il sacco del Sud anzi che si presenta una opportunità unica e irripetibile di sviluppo.

San Giuliano Milanese, 03/04/2017

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