DACCI OGGI IL NOSTRO FATTO QUOTIDIANO

liberta0300-di-stampa-250x300di Paolo Vincenti
“Il fatto quotidiano” si lagna perché l’ENI gli ha tolto la sponsorizzazione. “Gnee gnee!!!  Eni brutta e cattiva! Non ci dà più le paccate di soldi promesse! Gneee!!!” Ma mi chiedo: questi biliosi sputasentenze del “Fatto” davvero non si rendono conto? Oppure ci marciano, e fanno pubblicità della mancata pubblicità?
Dal “Fatto” ai fatti: il giornale, il 15 gennaio 2017, ha pubblicato un articolo su un sospetto giro di tangenti dell’Eni in Nigeria. E’ stato l’unico organo di stampa a farlo. Immediatamente l’Eni per ritorsione ha cancellato 20.000 euro di pubblicità. Una “sommetta” invero, roba da poco, considerando la montagna di denaro che Eni spende in pubblicità : 41, 7 milioni quest’anno, fra Pubblitalia, Rai, Rcs, Manzoni, Google, Sole 24ore, Piemme, Cairo, Mediamond. Ma “Il fatto” ci rimane male e inizia una campagna diffamatoria contro il colosso petrolifero.
Eppure, di casi simili la storia dell’editoria italiana è zeppa. Qualche anno fa l’ Espresso pubblicò un articolo sulla crisi dell’Alitalia, con i veri numeri del tracollo economico della compagnia, e Alitalia boicottò il giornale togliendolo dagli aerei nei voli di linea. Ed è lo stesso Gianni Barbacetto a raccontarlo sulle pagine de “Il fatto” (25 gennaio 2017). Così Camilla Baresani, autrice de “Gli sbafatori” (Mondadori), nel 2006 pubblicò sul “Domenicale”, inserto del Sole24ore, una pessima recensione sul ristorante “Gold”, di Dolce e Gabbana, affermando che al di là del lusso sfacciato del locale, si mangiava da schifo. Dolce e Gabbana tolsero immediatamente la sponsorizzazione, ben 300.000 euro, al Sole24ore, allora diretto da Ferruccio De Bortoli. Successivamente venne pubblicato sulla stessa rivista un articolo riparatore in cui si scriveva che il “Gold” non faceva cagare, la Baresani venne rimossa, e i Dolcegabbana tornarono a foraggiare. Anche Mediobanca nel 2012 si arrabbiò’ con “Repubblica” per alcuni articoli molto critici sulla fusione fra Unicredit e Fonsai, anche se si limitò alle rimostranze col direttore Ezio Mauro. Dunque quid novi sub sole? Ma no, “Il fatto” non ci sta. Scrive Giorgio Meletti (25 gennaio 2017): “Già trent’anni fa Giampaolo Pansa raccontava di editori impuri e ricatti pubblicitari in un libro a suo modo profetico: Carte false. In quel mondo analogico faceva impressione che il capo di Italstat Ettore Bernabei versasse un miliardo e mezzo di lire al direttore del Tempo Gianni Letta per aiutarlo a tenere in piedi un giornale pieno di buchi, che quei soldi li attingesse dai famosi fondi neri dell’Iri, che il Letta medesimo scrivesse in cambio articoli di fuoco contro il magistrato Gherardo Colombo che aveva arrestato alcuni boiardi per i suddetti fondi neri. Trent’anni dopo l’antica usanza del ricatto pubblicitario non vuol saperne di morire. Si succedono le generazioni di manager… il fatto di vivere in un mondo pervaso dall’informazione sviluppa in loro solo la vanità.”
Bisognerebbe guardare le cose con la lente di ingrandimento della buona coscienza e dell’obbiettività, non con la faziosità e il pregiudizio. La stampa deve essere libera, l’art.21 della Costituzione è il basamento della professione giornalistica. Una stampa asservita al potere, di parte o di partito, quando non espressamente dichiarato, come nel caso degli house organ, può solo nuocere, fare danni. Ma non ci si può nemmeno stupire se gli sponsor che contribuiscono alla crescita di un giornale, non dico vogliano ingerire nel libero svolgimento dell’attività di una redazione, ma certamente non amino notizie che potrebbero danneggiare la loro immagine. I grandi gruppi cercano di ingraziarsi la stampa con le loro generose elargizioni e chiedono redazioni e giornalisti compiacenti.  E’ normale. Come è normale che redazioni e giornalisti rifiutino di prestare il deretano.  Meritorie in questo senso le inchieste che “Il fatto” porta avanti spesso in solitaria, nel silenzio imbarazzante delle altre testate giornalistiche, specie se le inchieste toccano i poteri forti. Che poi le inchieste del giornale siano quasi sempre funzionali a difendere la causa, poco importa in questa sede. Ma “Il fatto” non deve temere che i grandi gruppi vogliano insabbiare, accomodare, aggiustare. Dovrebbe andare avanti comunque, se ha la schiena dritta, con o senza sponsorizzazioni, continuare a gestire la sua campagna di odio contro il sistema, senza fingersi scandalizzato da certe prassi consolidate.

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