Il Grillo sparlante

  grillo5b15ddi Paolo Vincenti
“Tu grillo parlante/che parli alla gente/ma chi t’ha invitato/ma chi t’ha pregato/sei un profeta di varietà/e la tua predica  non ci servirà” (Edoardo Bennato –  “Tu grillo parlante”)
È sempre un sottile piacere perverso vedere ex forcaioli passare dall’altra parte della barricata, scendere a patti col sistema, ex giustizialisti diventare garantisti, attraverso mutazione genetica post riflusso (quello post barricate e quello ancora più post abbuffate natalizie). Così l’ex comico arrabbiato Beppe Grillo, maitre à penser del “vaffanculo” e dell’ “arrestiamoli tutti”, profeta della web revolution, spara urbi et orbi due cazzate delle sue, ma di quelle belle grosse, che tengono alta l’attenzione degli italiani sul Movimento e danno materia a giornali e tv che altro non aspettano che mettere alla gogna i grillini. Proprio come negli anni d’oro di Berlusconi, infatti, tutti i media gongolano ad ogni nuova uscita del neurolabile Beppe e non perdono occasione per dargli addosso, proprio come il Grillo nazionale ogni giorno riversa su di loro secchiate di merda. Eh sì, è sempre curioso assistere a certe impennate dell’incoerenza, a questi capitomboli in qualsiasi settore avvengano, seguire le inversioni a u dei protagonisti della scena pubblica italiana e internazionale; arreca quasi una gioia commossa sentire un manettaro difendere il principio della presunzione di innocenza costituzionalmente sancito, un po’ come sentire Tony Iommi,  il chitarrista dei Black Sabbath, suonare musica sacra.
Così Grillo propone on line un nuovo codice etico, prontamente votato in massa dagli elettori 5 stelle, in cui si sancisce che chi sia destinatario di un’informazione di garanzia o di un avviso di conclusione delle indagini non debba automaticamente dimettersi.  Alla fine, decide sempre lui, ovviamente, ma appare subito chiaro che questo codice etico altro non sia che un codice  “salva-Raggi”, poiché tutti danno ormai per imminente un avviso di garanzia alla stessa sindaca di Roma. Le opposizioni subito all’attacco: questo nuovo codice etico è uno schiaffo agli elettori 5 stelle i quali hanno sempre creduto nella onestà dei loro eletti e adesso si devono drammaticamente ricredere.  Ma anche alcuni parlamentari grillini si rivoltano, almeno quei pochi che non temono di poter essere indagati, sebbene questi lo facciano più per le beghe interne che per motivi di coerenza. Chiaro che alla Lombardo e alla Taverna, per esempio, non vada affatto giù che si possa cambiare il regolamento a vantaggio della Sindaca di Roma, cioè di quella che loro stesse definiscono “una testa di cazzo”. Chiaro che il Sindaco di Parma Pizzarotti, uno dei primi defenestrati, si rivolti contro questo provvedimento o che si scagli contro anche la Sindaca di Quarto, Capuozzo, espulsa ma nemmeno indagata. Ma tant’è.
L’indignado Grillo ha sempre sparato a zero su tutti, nelle sue invettive mediatiche, ha sempre denigrato la classe politica italiana senza distinzione alcuna, denunciandone corruzione, truffe, approfittamento, malaffare (“Sputtaniamoli!”, grida contro i giornali nazionali); il guru ha sempre invocato rigore, onestà (ricordate i cori dei Cinque Stelle ai funerali di Gian Roberto Casaleggio?), pulizia, mani libere. Poi è successo che i 5 Stelle abbiano preso vagonate di voti alle elezioni e che quindi abbiano loro malgrado assunto compiti di governo in alcune città italiane. E così sono iniziati i dolori. È la realpolitik, bellezza! Alla prova dei fatti, i 5 Stelle si sono dimostrati talmente impreparati, inesperti, litigiosi, che gli elettori delle città amministrate hanno finito per rimpiangere i vecchi mangioni. In effetti, la pessima performance di Virginia Raggi desta molta preoccupazione. Perché se i 5 stelle stanno dimostrando di non sapere governare la Capitale, come faranno a governare il Paese? E non sono soltanto gli organi di stampa, dal Corriere al Foglio, da Repubblica al Messaggero, a lanciare l’allarme, ma questo rischio è sentito da grossa parte dell’opinione pubblica. Ha voglia Marco Travaglio a difendere la Sindaca Raggi dai suoi editoriali su “Il fatto quotidiano”.  La teoria di cazzate sparate nella rete da Grillo raggiunge l’acme con la trovata del tribunale per i media.
Tutto è partito da una infelice uscita del presidente dell’Antitrust Giovanni Pitruzzella, il quale in un’intervista al Financial Times  aveva auspicato l’introduzione di un organo di controllo sulle false notizie che circolano in rete, i cosiddetti fake. Grillo, in risposta a questa, invero azzardata, proposta, scagliandosi anche contro il Presidente del Consiglio Gentiloni e il Presidente della Repubblica Mattarella, ha invocato un tribunale del popolo che possa stabilire la veridicità delle notizie lanciate da giornali e tv. Una sorta di giuria popolare insomma (e le ironie si sono scatenate), tipo Sanremo, che abbia potere insindacabile.  Il problema sollevato da Pitruzzella è reale: in rete circolano talmente tante balle, definite curiosamente “post verità”, che viene il disgusto. Ma non c’è rimedio ad esse, a meno di non spazzare via in un solo colpo la rete.  Se c’è internet, cioè una piazza virtuale dove ci si può incontrare e sparlare di chiunque, ci saranno parimenti milioni e milioni di avventori che vi si ritrovano, vi stazionano e ammazzano il tempo spettegolando e ingiuriando tutti, dal vicino di casa al Presidente del Consiglio. D’altro canto, la mistificazione dei fatti non è solo appannaggio della feccia del mondo, i vagotonici e ciarlieri internauti, ma la menzogna è un’arma utilizzata anche dai governanti per coprire magagne o millantare crediti. I primi fabbricatori di fakes sono i media, il mondo dell’informazione è spesso prono al potere e gli anchor men costruiscono falsi scoop perché il sensazionalismo paga in termini di share. Sono d’accordo con quanto scrive Luisella Costamagna, “le bufale non le ha create la rete”, su “Il Fatto quotidiano”, del 3 gennaio 2017. Ma in una babele di notizie false o distorte, di livore e macchine del fango, non è certo un organo governativo, nazionale o internazionale, che può dare lo stop alla “post verità”, perché essa è figlia dell’imbecillità umana, dell’odio e della rivalità politica, del fancazzismo, dell’invidia stratificata a tutti i livelli, della sperequazione sociale, perfino della povertà e dell’indigenza. Ma di qui ad invocare un tribunale del popolo come ha fatto Grillo in preda a furore giacobino, ne passa. Il Grillo sparlante ha davvero esagerato. Chi può stabilire se giornali e tg dicano o meno la verità? E poi, a capo di questa fantomatica giuria popolare chi ci sarebbe? Sempre lui, insieme a Casaleggio junior. Che grande trovata! Oddio, se si pensa che il capo della comunicazione 5 Stelle è Rocco Casalino, uno che viene da Il Grande Fratello, si può anche capire la confusione. Come scrive giustamente Nicola Porro su “Il Giornale” del 5 gennaio 2017, “solo il lettore può controllare l’informazione”. E Domenico Ferrara scrive che “dai vaccini all’Aids è Grillo il re delle balle”, con riferimento a tutte le panzane che nella sua carriera di comico ha rifilato agli spettatori beoti.  Lo stesso “Giornale” riporta tutti i casi in cui l’ex comico forcaiolo doc chiedeva processi, manette, gogna, per gli avversari politici. Facile sparare a zero quando si è fuori dal potere, sfanculare il mondo intero, forti della propria verginità e purezza. Quando però le opposizioni vanno al governo, le cose cambiano, o meglio non cambiano per niente: allorché entrano nelle stanze dei bottoni, si scontrano con quel sistema di cose sul quale hanno sempre sputato, essi, gli indignati, si rendono conto che non è facile passare dalla protesta alla proposta. E si rivelano per quel che sono: incompetenti, inaffidabili, malfidi, rimediando una figura di merda colossale. La tesi si potrebbe estendere anche a Renzi, che da leader rottamatore è finito rottamato, ma almeno il Renzaccio non ha mai millantato un candore che obbiettivamente non possedeva, anzi quello squalo si è subito appalesato in tutta la sua arroganza e brama di potere. Il grillo parlante invece si è presentato come democratico e liberale e ora si rivela Pol Pot.
Davvero gustoso, l’editoriale di Alessandro Sallusti che su “Il Giornale” del 4 gennaio 2017 attacca: “Grillo vuole che i giornali scrivano la verità?  Lo accontento: Grillo sei un buffone e non mi processerai, né tu né quella accolita di cialtroni miracolati dalla storia che ti circonda.”. Grillo, una risata vi seppellirà.

 

 

 

 

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