Dentro le carceri lombarde e italiane: la miccia innescata di sovraffollamento, autolesionismo, evasioni e proteste.

la-ronda-dei-carcerati-vincent-van-goghLe morti annunciate. Come quella di Vito Angelo Caruso, 43 anni, che nel carcere di Monza due settimane fa si è tolto la vita. Il trentaduesimo suicidio quest’anno nelle carceri italiane, il primo in Lombardia. Caruso era detenuto da oltre un mese in attesa di giudizio. Il quinto negli ultimi cinque anni a Monza. In attesa di giudizio, accusato per droga, quindi recluso in una sezione del carcere dove le celle non si aprono durante il giorno, neppure ora che si è celebrato il Giubileo dei detenuti, promosso da papa Francesco. Una situazione all’interno delle carceri italiane di cronico sovraffollamento: circa 5.000 detenuti in più rispetto alla capienza di 50.000. Un primato poco invidiabile in Europa, preceduti solo da Macedonia, Albania, Francia e Spagna.  Una situazione che si evidenzia anche nelle carceri lombarde con più di 1.700 detenuti sulla capienza massima accettabile: 7.856 detenuti reclusi a fronte dei 6.120 ammissibili. Una situazione che genera gli ‘eventi critici’, cioè atti di autolesionismo, aggressioni, decessi, evasioni e proteste come recentemente a Sondrio. Qui è stata pesantemente messa in discussione la gestione autoritaria della direttrice Stefania Mussio. Accanto agli scioperi della fame che in Lombardia hanno raggiunto il picco di 770, rifiuti del vitto o delle terapie e danneggiamenti. Cause scatenanti le condizioni di vita, il sovraffollamento, la carenza di assistenza sanitaria o dei servizi. Le battiture su cancelli e inferriate della prigione, ma anche le evasioni e i mancati rientri sono il sintomo di una situazione insostenibile, che assume toni drammatici negli episodi di protesta e di autolesionismo fino al suicidio, come è accaduto a Cremona: 13 tentativi di suicidio su una popolazione di 446 detenuti. Dati allarmanti che assumono un rilievo pericoloso se uniti a quelli degli istituti lombardi: 562 episodi di colluttazione e 118 ferimenti. Il carcere è diventato una sorta di ammortizzatore sociale, in mancanza di una seria politica di prevenzione sociale. Come risponde l’amministrazione penitenziaria? In mancanza della concessione di pene alternative al carcere, si attivano percorsi lavorativi esterni. Una pratica che interessa percentuali consistenti, circa un terzo dei detenuti italiani, a fronte di una diminuzione di fondi e delle retribuzioni che inevitabilmente influiscono sul peggioramento dei servizi alla persona, di pulizia, sulla cucina e sulla manutenzione degli immobili. Carceri sovraffollate e peggioramento delle condizioni di vita costituiscono una miscela infiammabile che può essere alleviata con azioni extracarcerarie ed evitando di affidare alle carceri ruoli di contenitore sociale in mancanza di serie politiche di recupero e integrazione dei detenuti.

San Giuliano Milanese, 23/11/2016

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