“Adolescente deviante”: tesi per la terza laurea di un ergastolano

 

adolescente-devianteIn questi mesi post laurea sto pensando cosa fare da grande e sinceramente non ho le idee chiare.
Desidererei fare un dottorato, in questo modo potrei continuare a studiare e portare avanti la mia lotta per l’abolizione dell’ergastolo, ma quale Università avrà mai il coraggio di dare una borsa di studio ad un ergastolano?
Come ho già scritto, il 16 giugno scorso  mi sono laureato per la terza volta. Dopo le due lauree in Giurisprudenza, questa volta in Filosofia, all’Università degli Studi Padova,  con la relatrice Prof.ssa Francesca Vianello,  con una tesi dal titolo “Biografie devianti”.
Ho già divulgato una breve parte personale, dal titolo “Bambino deviante”, e da chi l’ha letta ho ricevuto tante belle parole,  che hanno fatto piacere a me e al mio cuore.
“Carmelo è diventato un simbolo non soltanto nella battaglia dell’abolizione dell’ergastolo ostativo, ma anche nel diritto allo studio per diventare uomini in grado di contrastare la mentalità di un carcere al quale conviene che i detenuti siano poco istruiti.” (Lisa Sole)
“Bravo Carmelo! Mi piace come scrivi… e poi ho un figlio piccolo che è una peste (una peste vera, è stato cacciato via da scuola) e mi aiuti a capirlo un po’ di più… mi leggerò la tua tesi.” (Fulvia Fiorenzi)
E ho pensato di rendere pubblica anche quest’altra parte della mia ultima tesi, dal titolo:
Adolescente deviante
Da bambino sognavo di diventare grande per vendicarmi di essere stato bambino. Ci riuscii senza neppure accorgermene. Ricordo che da pochi giorni avevo compiuto quindici anni. Con Adamo e Nunzio mi ero appostato vicino a una piccola banca. Dovevamo decidere chi sarebbe entrato per primo. Io ero preoccupato perché pensai: – Chissà che faccia faranno gli impiegati quando ci vedranno entrare con la pistola in mano. Immaginando il loro spavento mi vergognai un po’. Ormai, però, era troppo tardi. Per nascondere la paura e la timidezza mi offrii di entrare per primo, io che ero il più giovane. Dovevo dimostrare ai miei compagni e a me stesso che avevo le palle. E poi i soldi mi servivano.
A casa avevo due fratelli e una madre che non ce la facevano a tirare avanti. Entrai dentro la banca come un pazzo furioso, gridando le identiche parole che avevo ascoltate tante volte nei tanti film che avevo visto: – Fermi tutti, questa è una rapina! Mi voltai indietro, sicuro di vedere i miei compagni. Ma non c’erano. Ero solo. Se l’erano fatta addosso e mi avevano abbandonato. Preso dal panico, per un attimo pensai di scappare anch’io. Per fortuna gli impiegati di banca furono molto solerti. Devo dire anche gentili. Mi dicevano: – Sta’ calmo, non sparare, ecco, prendi. I soldi non sono i nostri, prendili pure. Ho una moglie e tre bambini non farmi del male.
Sentendo quelle parole mi calmai. Presi i soldi e uscii dalla banca. Una volta fuori, pensai che era stato persino troppo facile. E credetti che, in futuro, non avrei avuto più problemi di soldi.
Pensai che da grande avrei fatto il rapinatore di banche. Prima, però, avrei dato una lezione a quei due bastardi dei miei complici che mi avevano tradito. Diedi loro un appuntamento per l’indomani al solito posto. Dietro il cimitero. Vicino alle case popolari. Arrivai a piedi con addosso una pistola calibro 22 a canna lunga e un coltello. Erano già lì i bastardi. La luna era alta nel cielo. E li illuminava. Erano seduti sulla panchina ad aspettarmi. Spuntai all’improvviso come partorito dalla notte. Appena mi videro si alzarono. Mi vennero incontro. E iniziarono a balbettare:
– Appena tu sei entrato in banca, abbiamo visto dall’altro lato della strada una macchina della polizia e siamo scappati.
– Comunque è andata bene.
– Abbiamo letto dal giornale che hai portato via dodici milioni.
– L’hai portata la nostra parte?
Risposi loro:
– Eccola!
A Nunzio diedi un colpo di calcio di pistola alla tempia. Adamo era molto più alto di me e non ci arrivavo; così gli sparai a un piede. Dopo averli presi a calci tutte e due e aver loro intimato: Se ve la cantate vi ammazzo come cani, me ne andai pensando:
– Per quale ragione nel giornale c’era scritto che il rapinatore aveva portato via dodici milioni quando invece i soldi erano solo sette milioni?
Da lì in poi, capii che le banche ci guadagnano sempre, anche quando vengono rapinate! Quella sera mi sentii invincibile, capace di realizzare i miei sogni. Mi incamminai verso il centro.
Me ne andai a puttane, in via Prè. E pensai alla prossima rapina che avrei fatto. Rapina che, però, fu un disastro. Fuori dalla banca c’era una pattuglia di carabinieri ad aspettarci. Scappammo a piedi.
Antonio e Ciccio fuggirono a destra, io scappai a sinistra. Dopo pochi metri inciampai e caddi.
Provai a sparare, ma la pistola si inceppò. Mi sentii perduto. Gettai la pistola in faccia al carabiniere più vicino. E proprio mentre mi stavo per rialzare, da dietro mi arrivò un calcio alla tempia che mi fece svenire. Mi svegliai nel gabbione centrale del carcere di Marassi.
All’ufficio matricola mi schedarono: Carmelo Musumeci, nato il 27/07/1955 ad Aci Sant’Antonio, provincia di Catania, alto un metro e settanta, occhi castani, capelli castani, accento siciliano, segni particolare nessuno. Mi presero le impronte. Mi fecero le foto. Mi ordinarono di spogliarmi. E mi perquisirono. Subito dopo, venni messo nel reparto minorenni al piano terra.
E così fui scaraventato in una lurida e sporca cella a sognare la libertà. Iniziai a pensare solo a scappare. Nella mia giovane vita aveva sopportato abbastanza bene ogni traversia ma il carcere, quello, non riuscivo proprio a sopportarlo. Rimanevo sdraiato sulla branda per ore intere pensando a come scappare da quell’inferno. I giorni venivano e andavano. E il morale sprofondava sempre di più. Mi sanguinava il cuore perché, abituato a essere libero, non riuscivo a vivere chiuso in una cella. Dovevo andarmene. Ne parlai con il mio compagno di cella Salvatore:
– Te la senti di fare la bella?
– Ma da qui non è riuscito a scappare nessuno.
– Noi ce la possiamo fare.
Salvatore accettò. Dovevamo procurarci un seghetto. Salvatore era un ragazzone calabrese grande e grosso. Buono come il pane. In seguito lo incontrai a Milano. E in quell’occasione mi salvò la vita durante una sparatoria contro il clan dei Marsigliesi. Salvatore aveva la carnagione scura. I capelli e gli occhi neri come il carbone.
Mi assicurò:
– Per il seghetto ci penso io a farlo entrare. Mi faccio fare un pacco da mia sorella e lo faccio incollare sul fondo fra le due pareti del cartone.
Ero pessimista:
– E come arriva a noi? Di solito la guardia del magazzino, dopo che svuota il pacco, il cartone vuoto lo butta via.
Ma lui aggiunse:
– Un mio amico lavora con la guardia del magazzino e, in un secondo momento, di nascosto lo potrà recuperare.
E così andarono le cose. La sera stabilita segammo le sbarre. Ci davamo i turni. Uno segava. E l’altro cantava. I nostri compagni delle altre celle ci urlavano di smettere che eravamo stonati. Scegliemmo di scappare una notte in cui una nebbia bianca, umida, spessa e impregnata di pioggia avvolgeva tutto il carcere. Levammo le sbarre della finestra della nostra cella. E uscimmo fuori. Nel carcere regnava una gran calma. Il mio cuore si era fatto piccolo e batteva forte. Controllavo con gli occhi e con le orecchie tutto il cortile. Io andavo avanti. E Salvatore mi veniva dietro. Sapevo che non era ancora fatta perché c’era da saltare il muro di cinta. All’improvviso, ci trovammo circondati da una decina di guardie. Mentre pensavo che l’amico di Salvatore che lavorava in magazzino ci aveva traditi, già mi arrivavano calci e pugni da tutti le parti. Caddi per terra e svenni. Mi svegliai all’indomani con un oscuro velo di sangue che mi scendeva continuamente davanti agli occhi. Avevo le sopracciglia spaccate. Ero legato a un letto di contenzione, con i lacci stretti ai polsi e ai piedi. La finestra aperta. Tremavo e battevo i denti. Avevo una fame da lupi e sentivo un freddo cane. Le guardie volevano sapere da chi avevamo avuto il seghetto per tagliare le sbarre. Per questo mi picchiavano di continuo. E io rispondevo urlando: – Bastardi, rotti in culo.
Solo il mio orgoglio di siciliano mi faceva resistere. Ma la mia era davvero una resistenza disperata. Orgoglio a parte, mi sentivo a pezzi. Dopo una settimana, le guardie si stancarono di maltrattarmi e mi sciolsero dal letto di contenzione. E dopo altri dieci giorni di isolamento mi portarono di nuovo in sezione. A un anno da quell’episodio fui scarcerato. Ma fu troppo tardi, perché ero già diventato un ragazzo deviante e non potevo o non volli più voltarmi indietro.
Era iniziata la mia carriera di criminale.
Chi volesse leggere o scaricare integralmente la mia tesi, lo può fare nel sito http://www.carmelomusumeci.com, in fondo alla Home Page, nella parte della Biografia, ci sono le tre Tesi di laurea, tutte scaricabili, oppure richiedendo il file via email, dove potete anche ordinare uno dei miei libri ( zannablumusumeci@libero.it )e vi consiglio anche di leggere il mio libro “Zanna Blu”, con la bella prefazione di Margherita Hack.
Carmelo Musumeci
Padova, ottobre 2016
http://www.carmelomusumeci.com

 

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