Eraclito e il Panta rei, la nostra identità è nel cambiamento

332445_252928784738819_5767647_odi Paolo Rausa
Eraclito, filosofo presocratico (535-475 a.C.) nato a Efeso città dell’Asia minore sulla costa del Mar Egeo, è universalmente conosciuto per aver asserito che tutto scorre, ‘Panta rei’, con riferimento al passare del tempo – un’idea ripresa poi negli orologi liquefatti di Salvator Dalì -, fra l’altro a lui attribuita  ma non pronunciata dal filosofo. Il concetto è meglio espresso nella considerazione che ‘non ci bagniamo nelle acque dello stesso fiume’ e ancor più chiarito: ‘Acque sempre diverse scorrono intorno a quanti si immergono negli stessi fiumi’. Si introduce così il concetto di identità nel cambiamento. Il fiume è tale proprio perché le sue acque non rimangono sempre le stesse, altrimenti sarebbe uno stagno o un lago.  La riflessione sul suo pensiero ha spinto Mauro Bonazzi,  docente di Storia della filosofia antica presso l’Università degli Studi di Milano, ad approfondire in un articolo sulla ‘Lettura’, rivista letteraria allegata al Corriere della Sera, alcuni aspetti attualissimi del filosofo efesino, in particolare sul fatto che egli ‘anticipò l’idea di un cosmo senza finalità e capì che noi siamo le nostre esperienze’. Spunti molto interessanti e controversi già tra i filosofi del mondo antico. Questa idea del divenire porta con sé un segno d’imperfezione.  Al disordine Platone contrappone l’ordine delle idee e Aristotele e le religioni Dio. Per Eraclito invece: ‘Questo cosmo, che per tutte le cose è il medesimo, non lo fece nessuno degli dei né degli uomini, ma sempre era e sarà, fuoco sempre vivente, che secondo misura si accende e secondo misura si spegne’.  In un mondo così complesso le relazioni contano. Il confronto e il conflitto non distruggono ma generano un nuovo ordine, nel quale coesistono gli opposti che si definiscono dall’esistenza del loro contrario (la luce dal buio, il caldo dal freddo, ecc.). Questi opposti generano un’armonia contrastante  come quella dell’arco in cui la tensione fra la corda e il legno devono arrivare al punto di equilibrio oltre il quale il legno si spezza e l’arco cesserebbe la sua funzione. Se tutto scorre e tutto diviene, questo processo deve valere anche per noi. Accade allora che se pensiamo alle passioni giovanili, diventati adulti, le guardiamo con distacco ironico anche a distanza di altri periodi analoghi di tempo se guardiamo al tempo trascorso. Si deve concludere, con Bonazzi, che non esiste un’identità stabile e che non esiste nessun io, perché tutto si trasforma in continuazione. E che forse la nostra identità risiede proprio in questo cambiamento. Come l’identità del fiume è fissata dallo scorrere delle acque, così l’identità dell’uomo è definita dalle sue esperienze. Quindi noi siamo le esperienze che facciamo. Ciò che diventiamo, trovando il nostro equilibrio, determinerà la nostra vita che condurremo, tesi alla conquista della felicità. Questo processo riguarda tutti gli esseri viventi, coinvolti in una evoluzione e trasformazione continua. Ecco perché non siamo quelli di prima. Diventiamo altri che fanno i conti con una nuova realtà, diversa da quella che ci ha coinvolto negli anni delle nostre scelte nel passato. Se riflettiamo sulla condizione dei detenuti, condannati all’ergastolo, costretti a trascorrere tutta la vita in carcere, allora ci chiediamo se ha senso che continuino a scontare per tutta la vita la pena per un delitto commesso diversi anni prima quando ormai sono diventati altri.

Poggiardo, 31/08/2015

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