IN TRANSITO, un racconto di Paolo Vincenti

1244449027377_01_IL_GIOCOLIERE_mOggi che è tutto è in mutamento, liquido, fluido, vischioso,  è più difficile prendere una posizione, mantenerla, tenere un equilibrio.  Siamo giocolieri, acrobati sospesi sulla città, sempre in bilico, instabili come le foglie, fragili come fili d’erba, ci pieghiamo e ci spostiamo al minimo soffio di vento. La mattinata di sole splendente era come se proiettasse cristalli di malachite sui tetti e le rovine della città. Il pittore, nel parco cittadino, dava esecuzione alla sua opera di arte astratta alla quale forniva ispirazione il paesaggio intorno. Seduti su una panchina poco distante, due uomini discutevano fittamente e le loro parole volavano leggere sulle loro teste e sembravano le nuvolette dei fumetti. Uno era più corpulento e dalla folta capigliatura color castano, conversava con l’amico protendendo il suo naso a becco verso l’aria, come se cercasse di annusare qualcosa. L’altro era più esile, aveva aspetto atticciato, capelli neri e occhi profondi, attraversati da un velo di tristezza.  Adagiato su una voluta del cancello in ferro, un pettirosso  di colore così vermiglio che sembrava avesse appena staccato le spine dalla corona insanguinata di Gesù.

C’è sempre un motivo, il motivo di andare, quando senti il motore che romba, il cuore che si ingrossa, l’onda che sbatte, la vela che si gonfia, il cuore che mette le ali;  c’è sempre un motivo,  Il treno che fischia, la campanella che suona, il rimestio  nella stalla, il calpestio del cavallo appena sellato e pronto a partire, un motivo, che a volte è nell’aria. Quel mattino diceva di giornali e cornetti caldi, di caffè fumanti e gazzette dello sport. Ma a volte lo stridio del gabbiano fra la stazione e il naviglio dice un’altra cosa, e  sembra un esplicito invito l’aperta ala del remigante, così come il rullo dell’aereo sulla pista, il fumo bianco delle pompe di scarico, il giallo del semaforo, il ticchettio delle monetine nella scatoletta in latta del mendicante, il fischio del vento fra i rami degli oleandri, lo scalpiccio dei passanti sulla strada fangosa  e sbrecciata. E poi una donna, la propria donna,  gli sguardi d’intesa e i baci mischiati nella tazza del tè, le parole d’amore, il suono del suo pianoforte, lo zucchero dei suoi sguardi, l’attrazione e il rapimento, l’estasi prodigiosa, l’estasi medicamentosa. E poi gli amici, tempo di risate e belle compagnie. Una storia d’amore è il risveglio dei sensi, la totale  corrispondenza , un’intesa perfetta, un apogeo, il vertice della felicità, ma purtroppo niente dura per sempre. Quando non c’è la minima ombra, nessun fantasma,  alcuna nuvola che possa offuscare un cielo sereno, nell’obnubilarsi dell’innamoramento, nella passione dei sensi,  nella speranza di una vita  stabile, gli uomini credono, si illudono, che quel meraviglioso benessere possa durare in eterno. Ma purtroppo non è così. Anche in quel momento, si sa, in fondo in fondo si sa, che finirà. E lo si sa dal baleno del fulmine, dal rovistio nei cassetti, dal miagolio del gatto, dal lento annunciarsi del temporale, dallo scodellare senza fantasia e reinventata magia della minestra del giorno, da piccoli segnali che bisogna saper cogliere. È triste, ma è un dolore e una gioia al tempo stesso. E poi il latte versato, la carrozza piena, le carte dell’ultima partita sparse sul tavolo, insieme alle bottiglie vuote di spumante, e il presepe  disfatto, il calendario strappato, l’orologio fermo come un motore piantato, un ingranaggio inceppato. C’è sempre un motivo per andare.  Nel parco, intanto, nell’azzurra tramontana che rendeva limpidi tutti i contorni, la fontana centrale zampillava fragorosa  coi suoi giochi d’acqua. Due ragazzini giocavano sullo skateboard fra i viali alberati e il trillo degli uccelli. I due, che erano gemelli e si sfidavano in una gara di velocità, uguali uguali, come Castore e Polluce, avevano la stessa espressione divertita e lo stesso sguardo entusiasta sul mondo.

E chissà cos’è che ci spinge ad un continuo partire e ritornare. Il bisogno di fare nuove esperienze e la voglia di casa si scontrano nella nostra anima in pena, senza giungere mai ad un compromesso, ad una pace, una resa, un armistizio, una tregua. Le contraddizioni coabitano in noi, che siamo come degli ossimori, e si appianano le divergenze solo per creare nuove aporie. Nomadi della globalità, naufraghi di senso, pellegrini delle zone d’ombra, cerchiamo la sorgente, la fonte dell’esistere, e siamo inquieti, sempre, la nostra anima è in travaglio, di continuo. Dialogano in noi intelligenza calcolante e intelligenza sensibile, logos e mithos, tenebre e luce. C’è sempre un motivo per andare, per uscire da un isolamento forzato, per spezzare le catene che trattengono, il morso che lacera le carni, scardinare una porta che recinge. Ma poi, quando lo abbiamo fatto, ci prende la paura matta di non sapere gestire quella liberazione, il terrore di trovarci faccia a faccia con il nostro demone, di conoscere l’altra metà della nostra natura e di non avere più alibi, di ritrovarci soli con noi stessi e con quella belva che grida la propria atavica, ancestrale, mostruosa sete di sangue. E il suo urlo ci paralizza, ci gela il sangue nelle vene, e noi ci riscuotiamo da quell’incubo spaventoso e tentiamo di rimandare ad un’altra mèta, ad un’altra fermata, l’appuntamento ineludibile con il destino.

Camminatori dei deserti della modernità, percorriamo strade su strade, dritte e tortuose.  Cerchiamo la madre. La madre naturale, biologica, quella che ci ha partorito, in un percorso inconscio di regressus ad uterum, per ritornare a quella linfa vitale che abbiamo perso. La madre celeste, la grande dea madre mediterranea, la Mater Matuta pagana che è poi la Vergine Maria cristiana, in un anelito di spiritualità, di ascesi,  bisogno di salvezza, purificazione. La madre sociale e politica, cioè la nazione nella quale siamo nati e cresciuti, una terra, la Patria fisica. La madre culturale, cioè la civiltà alla quale apparteniamo, la patria dell’anima. Cerchiamo la madre. Ma tutto è in mutamento, sempre, si ridefiniscono posizioni, ridisegnano confini. E noi ci ritroviamo apolidi, siamo giocolieri, acrobati sospesi sulla città, sempre in bilico, instabili come le foglie, fragili come fili d’erba , ci pieghiamo e ci spostiamo al minimo soffio di vento. E a volte una musica nasce da un inverecondo dolore, come da un inesplorato sentimento. E ci fermiamo curiosi ad ascoltare quel suono magico e suadente. A volte, mentre siamo affaccendati nella quotidianità, una visione vagabonda, zingaresca, ci possiede e attira la nostra attenzione in un groviglio inesplicabile come di miliardi di pixel, che ci incanta come il mitologico basilisco.

Purtroppo, niente va mai come vogliamo in questo mondo, tutto è sempre in transito,  imprevedibile ed imprevisto, e l’artista, il giocoliere, il saltimbanco lo sa. E mentre dipingeva gli abissi inesplorati della coscienza,  cercava di darne forma, di ordinare sulla tela quel caos che tutti abbiamo dentro, la morte suonò la sua ora. Lo slancio dell’estasi si tese al massimo e incontrò nello spasimo quel suono venuto dallo sprofondo a ghermire arte e vita, soffondendole di calore che agghiaccia, di impazienza che si placa, di mistero che si esplica, quando però è ormai troppo tardi. Così, il pittore non fece nemmeno in tempo ad apporre la sua firma sulla tela, capolavoro incompiuto, rebus non risolto, crittogramma non decifrato, che dovette partire. Andare, come sempre tutto va. Andare, come  vanno la vita e la morte.

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