La dolcezza del tempo, la sensualità della memoria: l’arte di Licci

sergio-licci-banner-02di Francesco Greco
RUFFANO (Le) – La dolcezza del tempo e la sensualità della memoria: la password dell’arte del pittore Sergio Licci (Ruffano, 1952) è racchiusa qui. Con rapide, e sapide pennellate – con la tecnica dell’olio su tela – l’artista riesce a catturare l’anima barocca della sua terra, il Salento. A cogliere tutta la poesia di un passato quando eravamo tutti poveri ma felici, prima che la solitudine ci ulcerasse il cuore e la schizofrenia la vita.
Quei poderosi ulivi secolari donano la loro ombra nelle giornate sconfinate dell’estate e raccontano le storie della gente che li coltiva con amore. I muretti a secco sono una poesia elevata al cielo da mani nude e nodose e resistono al tempo e alle intemperie. Come le pajare (trulli a tolos), silenziose sentinelle della terra. Quel mare che accarezza le scogliere o le assale quando è infuriato, è un crogiolo di etnie diversissime e mormora fiabe di principesse, di ninfe, di amori, di popoli che da millenni losergio-licci-banner-01 attraversano per dialogare, commerciare, contaminarsi con altri popoli, un logos che cerca una comune e condivisa koinè.
Licci sa tutto questo e con un pathos tutto suo e una sensibilità dilatata lo ferma per sempre sulla tela. Quelle albe magiche in cui l’uomo si sente parte infinitesimale dell’Universo, quei tramonti che lasciano senza parole. Il contadino torna dai campi, in pace con la terra, il mondo, se stesso. Quei due arcobaleni sospesi nel cielo, quasi a voler suggerire all’uomo di alzare lo sguardo, liberarsi dalle umane miserie, invita a sedersi e abbeverarsi di infinito.
C’è una ricchezza cromatica che si trasfigura in poesia pura e lieve nelle opere di Licci, una nostalgia per un tempo in cui l’uomo aveva il cuore sgombro del più insignificante cirro e divideva il poco che riusciva a procurarsi con gli altri. Egli ci suggerisce di riappropriarci del silenzio, di ascoltare gli echi del nostro cuore, di interrompere questa vita assassina intrisa di cinismo per riscoprire la gioia dell’essere al mondo, di emozionarci dinanzi allo spettacolo della natura, di respirare con l’Universo.  Quel vecchio contadino, forse un vicino di casa, che ha dipinto con un realismo magico, ha molto da raccontarci del suo mondo interiore, se volessimo ascoltarlo oggi che la memoria è formattata e sergio-licci-banner-03viviamo in un presente sudicio e angoscioso. Le rughe di quel viso sono pregne di un’affabulazione scintillante, di grande forza comunicativa, oggi che la tv ci ha ridotti all’afasia delle parole e alla sterilità del cuore. Mala tempora currunt.
Licci vive nella terra dov’è nato, non l’ha abbandonata per inseguire successi pure certi. Ama i silenzi, il pudore, è parco di parole. Ogni tanto si propone in ogni parte d’Italia. Ultimamente con un calendario che contiene 12 opere. Le sue opere sono nelle collezioni private ovunque in Italia e anche extra moenia: Vienna, Ginevra, Londra, Roma, Napoli, Lecce, Milano, La Spezia, Chieri, Domodossola.

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