‘I versi della polvere, L’Aquila 6 aprile 2009’ di Lara Savoia

versidi Paolo Rausa
Lara Savoia non è nuova alla versificazione. Dal 2010 almeno che io sappia, – ma aveva cominciato qualche anno prima con la raccolta di poesie ‘Flauto e Serpente’,- da quando ci siamo conosciuti e di getto ho scritto la recensione dell’altra raccolta ‘I miei giochi scomposti’. Poi era venuta a recitare Vittorio Bodini in un mio spettacolo teatrale, Sguardi sul Mediterraneo: ‘L’amore era una lettera trovata/nel tronco di un olivo; l’amicizia/il capello spaccato in due, soffiato/nel vento; e la morte/il dente che si serba per il giorno del Giudizio./…’ Non era stato un caso che avesse scelto Bodini, un poeta salentino come lei, che aveva fissato l’idea del mondo estremo in quel Santuario de finibus terrae, sul capo di Santa Maria di Leuca, ‘dove i salentini dopo morti tornano con il cappello in testa’. Il mondo estremo, il chissàdove in questa raccolta dolente di versi è L’Aquila, squassata dal terremoto distruttivo, come ogni fenomeno naturale tellurico, il 6 di aprile 2009. Vittime e distruzione, macerie e polvere: eccolo il paesaggio dell’Apocalisse di Giovanni, descritti con toni ultimativi, la natura che si ribella alle attività umane che non la rispettano nelle sue forme, prati, boschi, terreni agricoli, mari, ecc. Tutto viene maciullato, tutto viene sacrificato all’idea di sviluppo ineluttabile, persino il terremoto – ‘nel riso sardonico’ di chi avrebbe dovuto prevenire i suoi effetti distruttivi – diventa occasione di lauti guadagni. Lara Savoia è lì. E’ impastata di morte, è sgomenta come lo sono i sopravvissuti, che subiscono le profezie di Giovanni. Un fiore, un ricordo, una lacrima… un verso. Sì, un verso che lasci nella sua piaga ancora viva memoria di quella città arrampicata sul tetto dell’Appennino, un luogo dove gli studi di medicina l’avevano condotta insieme ad altri studenti di ogni parte d’Italia. Lara  Savoia è sconvolta da tanta morte, non sa darsene ragione. Può la sua parola potente, il suo verso lanciato contro il Cielo per supplicare Dio di alleviare i dolori di tante vittime innocenti, dei superstiti feriti, degli sfollati privi di tutto, degli affetti più cari, dei luoghi dell’infanzia, dei luoghi dell’anima, giungere a configurare una visione che traccia questa sofferenza come ultimo, estremo gesto d’amore, che contrasti ‘il demone della civiltà’ e porti ‘l’oblio’ ristoratore? Lara Savoia ha compiuto ne ‘I versi della polvere’ un poema coraggioso, moderno, sentito profondamente, temerario quando chiama in causa l’Apocalisse di Giovanni, epico quando richiama la parabola dell’uomo che cade ed è scacciato dal Paradiso per sua colpa che genera Morte nel ‘Paradiso perduto’ di Milton, innovativo sul piano espressivo e figurativo quando si ritiene in qualche modo debitrice di Thomas S. Eliot, che con ‘La terra desolata’ ha creato immagini e sensazioni tradotte in versi, dando un’impronta ineludibile alla poesia moderna. Un fatica immane quella di Lara Savoia, che trova un’ultima ed estrema forza per innalzare un ‘Inno alla Terra’: terra, terra sono/terra che ha sepolto Dio… e mi possiedo’, facendo calare le tenebre sull’umanità derelitta colpita nel profondo, nella sua stessa esistenza, da cui deve cominciare la risalita ‘a riveder le stelle’. Lara Savoia, ‘I versi della polvere L’Aquila 6 aprile 2009’, Argo Editrice, Lecce 2014, pp. 56, € 10,00.

San Giuliano Milanese, 15/1/2015

 

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