Poesia: “Li fiuri de la Pathria” di Fernando Rausa, mercoledì 30 aprile ore 10,30 – Casa delle Culture, Piazza Umberto I, Poggiardo (Le)

Copertinafrontedi Francesco Greco
Le schegge della granate austriache sono ancora conficcate nelle facciate delle case di Trento. Nelle notti di luna piena le ossa brillano fra i crepacci dell’altopiano di Asiago. Diceva Hemingway, che quei luoghi li conosceva bene per averci combattuto, a 19 anni, che i primi a dover essere ammazzati nelle guerre dovrebbero essere “i porci che l’hanno dichiarata”.
E invece morirono sotto i gas i ragazzi del Sud strappati alle loro terre brulle, alle famiglie povere, a un futuro di stenti. Perché la propaganda è sempre abile nella retorica patriottica e nel far credere che gli interessi di un manipolo di avventurieri sono quelli del popolo. E così accade ancora con la politica.
Fernando Rausa, “figlio del popolo”, è un poeta morto giovanissimo (Poggiardo, 1926-1977) che per tutta la vita ha coltivato la passione per la poesia in vernacolo. Dopo la quinta elementare non ha proseguito gli studi: ha dovuto guadagnarsi il pane sui cantieri edili, anche in Argentina dove emigrò per un anno (1950-1951) per mantenere la famiglia.
Apprezzato dal critico letterario Donato Valli (“una voce fuori dal coro”), grazie al lavoro di ricerca del figlio Paolo sinora erano venute alla luce due raccolte pregne di emozione nella rievocazione di un mondo contadino povero ma ricco di valori e di umanità, tenuto insieme da una socialità che era forza viva, luce interiore, energia che si riverbera nel paesaggio, la natura, il cielo, le nuvole barocche, la pioggia, gli sguardi delle donne dalla pelle sfavillante, gli occhi d’oliva dei bambini.
In vita Rausa ha pubblicato col ciclostile, versi passati di mano in mano fra la sua gente. A trent’anni dalla morte, sono usciti “Terra mara e nicchiarica” (Terra amara e incolta) e “L’umbra de la sira” (L’ombra della sera). Il lavoro di ricognizione tra le carte paterne da parte di Paolo Rausa (insegnante e regista teatrale che vive fra Poggiardo e San Giuliano Milanese) è proseguito e adesso esce, stampato da Zages di Poggiardo, “Li fiuri de la Pathria” (Poesie sulla Grande Guerra), Poggiardo 2014, pp. 40 (s.i.p.). Mentre ancora molto materiale c’è da scansionare, fra cui un romanzo d’amore per la moglie Antonietta (mancata il 13 gennaio del 2014).
Siamo nell’imminenza dei 100 anni dalla prima guerra mondiale, tema affrontato da molti scrittori, fra cui Erich Maria Remarque (“Niente di nuovo sul fronte occidentale”). Delle nefandezze si sa tutto: le trincee di fango, i bombardamenti con i gas, l’immondo carnaio (“Pè sonnu la notte se rrubbava / lu pane a llu nimucu pè ccampare”) in cui una generazione si dissolse senza sapere perché. E chi ancora non si è documentato, può fare un salto a Trento, al Museo della Prima Guerra Mondiale. Armato di pietas cristiana ma soprattutto civica, Rausa rende omaggio ai figli del popolo che si sacrificarono e furono immolati all’idea di una patria comune, impugnando un tricolore che sentivano proprio e che divenne il loro sudario (“Bandiera mia, erta pe’ lla Patria te purtai”).
Scrivere di guerra non è facile: a un certo punto le parole possono suonare vuote, svuotate di etimo. Il poeta invece riesce a catturare in modo essenziale il senso di una guerra che i figli di contadini combatterono (“Comu furmiche contrhu li scravasci”) sentendola loro non tanto in chiave patriottica e quindi sterile tanto scagliando nella trincea il senso di appartenenza a una terra sentita visceralmente propria, amata senza remore né pudori, per la quale vale la pena morire da coraggiosi (come Ettore sotto le mura di Troia, scrive Paolo Rausa nella toccante prefazione).
E’ grazie a quel sacrificio immenso (“Fiuri ca nu’ sse ‘ndorene pe’ ccustu”) che noi siamo diventati un popolo con le sue grandezze e miserie, ma pur sempre un popolo, anche se a un secolo da quell’eroismo in tanti vorrebbero disfare la tela tessuta con pazienza rimestando nel populismo e nel nichilismo. Ma l’esempio di questi nostri fratelli morti a 20 anni, “vite lucenti”, resta un solido baluardo contro la deriva, il salto nel vuoto, la morte di una patria (“Dio è sempre meglio di niente” ha scritto Cioran) che pur con tutte le contraddizioni, ingratitudini e lacerazioni di questo mondo, è nostra e ci appartiene.

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