L’Oscar 2014 come migliore film straniero a “La Grande Bellezza”, un superbo Paolo Sorrentino e un inimitabile Toni Servillo

grande1di Paolo Rausa
A Jep Gambardella, interpretato magnificamente da un Toni Servillo, caustico e cinico giornalista mondano che conosce i molti vizi e le poche virtù dei vari personaggi romani, scrittore mancato, fermo al suo primo libro dal titolo ‘L’apparato umano’ e in attesa di ispirazione, Paolo Sorrentino affida il ruolo di Ulisse moderno che attraversa una società di giovani esordienti artisti che si esibiscono con il corpo ferendolo o impiastricciandolo, che esprimono ansia di verità attraverso inspiegabili ‘vibrazioni’, vitelloni degli anni 2000 che si divertono in feste e in balli di gruppo esibendo la sfrenatezza del loro desiderio ma che restano in penosa solitudine, ex ballerine e volti noti della televisione ora ridotti all’ombra di un tempo, sebbene cerchino in tutti i modi di apparire artificiosamente e costosamente giovanili, nobili decaduti a cui non è rimasta neppure la dignità del loro ex status aristocratico, egli stesso che disilluso dai rapporti umani e nei sentimenti si aggira sempre elegantissimo fra una festa e l’altra. Si accompagna a molte donne attratto dalla loro bellezza, ma come dice ad un suo amico, Renato Verdone, attore di teatro mancato – Che avete da dire contro la nostalgia? – e ancor meno soddisfatto amante di una fanciulla che lo ignora: “Alla mia età un bella donna non basta!” Tra gli splendidi palazzi di Roma, maestosi nelle facciate neoclassiche e nei giardini all’italiana lussureggianti, che conservano all’interno la grandezza delle loro storie nelle opere d’arte pittoriche e scultoree, su queste visioni insistite che spaziano sulla Città Eterna, brulica una umanità insoddisfatta, nevrotica, alla ricerca del sesso facile come appagamento, benpensanti e arrivisti senza scrupoli, una desolante congerie di personaggi che inseguono sogni alla ricerca di se stessi, ipocriti, che fanno delle loro chiacchiere l’unica ragione di vita. Impietoso lo sguardo della macchina da presa che si sofferma su questa contraddizione insanabile fra la magnificenza esteriore e la vuotezza interna espressa negli sguardi e nei corpi. Jep si intenerisce solo di fronte alle persone più deboli o malate, marginali, anziani o immigrati che siano, con i quali intreccia un filo di dialogo vero, partecipato. Come Eros nel Simposio è figlio di povertà e bisogno, così la Bellezza diventa lo strumento e l’obiettivo inavvicinabile per raggiungere la pienezza di sé, la felicità che compare a brandelli nel corso della vita e a quei brandelli Jep si attacca come se cercasse di ricostruire quei momenti felici di una gioventù in cui ha conosciuto l’amore di Elisa, che inspiegabilmente lo ha lasciato. Li cerca allora nelle braccia e negli occhi di una splendida fanciulla, rappresentata da una bellissima Sabrina Ferilli, che per ragioni oscure anche al padre continua ad esibirsi come spogliarellista e nasconde il denaro guadagnato. Si frequentano e finiscono a letto, ma questa volta senza toccarsi. A lui che confessa: ‘E’ stato bello non fare l’amore!” Lei in un impeto di riconoscenza risponde: “E’ stato bello volersi bene!” Jep è sincero quando riconosce: “Mi ero scordato cosa vuol dire volersi bene!” In questo meccanismo distruttivo finiscono tutti: la stampa, rappresentata da una direttrice nana e pratica del mondo: “Questa sera mi faccio due cose, un minestra in brodo e una scopata. Sono in contraddizione? No perché sono entrambe calde!”; la Chiesa che nella figura del cardinale ha sussulti solo per le ricette di cucina e sfugge a Jep quando, in un raro momento di riflessione sulla spiritualità e sulla fede, cerca un conforto e risposte che non trova. Una Chiesa che per salvarsi deve ricorrere alla figura di una monaca, Maria, missionaria in Mali, molto in là con gli anni che rifiuta un’intervista perché: “La povertà non si racconta, si vive!” Ai cibi magnificati dal cardinale contrappone i suoi pranzi di radici, come metafora della condizione primigenia dell’umanità. Il bisogno dell’amore e la ricerca della Bellezza spingono Jep indietro nel tempo e nello spazio alla rievocazione di quell’amore giovanile, l’unico, vero, intimo rapporto con un’altra persona e così ora è finalmente pronto a riprendere la scrittura, per raccontare l’altrove.

Poggiardo, 15/4/2014

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