A Bivongi (RC), la storia di madama Maria, novantaduenne, la moglie di un “maestro”

Madama Mariadi Paolo Rausa
L’incontro con Giuseppa Maria, anno di nascita 1922, il 19 marzo, è di quelli che inteneriscono. – Gli anni passano, io non dico di no, però dopo malata il primo dell’anno mi sento vecchia, ma prima no! Sono stata operata al cuore. Nel febbraio a Monza di qualche anno fa… Con cinque figli e senza marito,  – morì il 17 dicembre, anzi novembre, a 37 anni. Un cane passò per strada, stava sulla moto, a Riace, tornava da Messina per comprare scarpe per il negozio di Bivongi. Siamo nati a Bivongi, quando eravamo piccoli eravamo una coppia bellissima, poi è venuta la guerra, inviato a Padova: ‘Con un amico, andiamo in campagna e ci nascondiamo da lui’. L’avvio è immediato. Madama Maria parte subito, senza freni, lungo le strade dei suoi ricordi. Tutto si mescola.  Poi passa in rassegna le campagne, dove ha trascorso gran parte della sua vita e che sono servite per mantenere la sua famiglia, priva del sostegno di Cesare, il marito, morto prematuramente. – “Punghi” è la campagna, era tanto, avevamo anche i boschi oltre alla vigna per fare i pali, ci mettevo una buona ora, non avevamo l’orologio. Non si sa dove sia, un luogo immaginario, lungo la vallata del Pardalà, valle disabitata ora, zona di castagni. Argalìa è un brutto posto, difficile, mancuso. Petracca, siamo là, dopo gli Apostoli, un magazzino dei monaci sul costone della valle dello Stilàro, sulla strada che va a San Giovanni Therestis, erano le risorse di Bivongi, vigne e olive. Per la pendenza diresti che non è possibile che abbiano coltivato qualcosa. – Quante are sono? – E chi lo misurava… tutti terreni.  Io l’ho passata bene la vita, il lavoro non è niente quando c’è la salute. Avevo l’esercizio delle scarpe, è venuto il principale, quello che ci vendeva le scarpe da Catanzaro. Gli dissi che doveva rispettarmi come rispettava mio marito, mentre la gente, che è falsa, le voleva per niente. Ho aperto un  negozio di alimentari. Per un po’ ho lasciato, poi ho deciso. L’avevo affittato per vendere il pane, il fornaio mi ha consigliato di aprirlo.  Quanto hanno pianto questi occhi! – Perché?, le chiedo. – Non volevo rimanere per strada! A poco a poco mi sono ambientata. Mi sono dovuta inventare negoziante. I vicini sono invidiosi. All’inizio non veniva nessuno. Piano piano hanno cominciato a frequentarlo e poi non mi lasciavano chiuderlo. Quando sono cresciuti, i miei figli hanno detto: o lasci la bottega o lasci la campagna. I figli erano in collegio per orfani a Locri (due), gli altri 3: uno a Catanzaro in orfanotrofio, una è rimasta a casa, studiava a Catanzaro alla casa della zia, l’ultimo aveva pochi anni quando è morto il papà, aveva quasi… Il tempo scorre, non c’è possibilità di fissare con precisione le tappe. – E’ rimasto a casa a studiare a Locri, ora è avvocato. Hanno tutti studiato. E’ stata una vita dura, però sono contenta perché ho portato a compimento, ho cresciuto 5 figli – neppure la  pensione mi hanno dato! – , assicurando loro lo studio e un futuro. Intanto la campana a morte annuncia che il giudice a riposo Amato, figlio di donna Alba, se n’è andato. Madama Maria sospira. E riprende dopo un po’ il filo del discorso. Mi hanno aiutato tutti, i miei, la sorella ha tenuto mia figlia per 5 anni. In campagna ci andavo il martedì pomeriggio, giorno di chiusura del negozio, e le domeniche. Quando è morto mio marito avevo 35 anni. – Hai conosciuto qualcun’altro? – Dopo 18 anni mi sono risposata. Era un signore, falegname, che mi voleva bene. Un vedovo con quattro figli, Pasquale, morto 4 anni fa. Ne ho dette tante e ne ho fatte tante, la vita mia… All’inizio i figli non volevano, ma poi dopo che l’hanno conosciuto sono rimasti contenti. Siamo stati insieme 15 anni. Mi serviva in campagna, era misurato in tutto, nel lavorare, nel dormire, nel mangiare. Mi diceva,Il letto dello Stilàro e la Valle del Pardalà quando ero in campagna, di tornare a casa. Poi ha smesso di lavorare come falegname. I ricordi vanno e vengono. Ritorna a Cesare, che ha tanto amato. – Mio marito andava col carro a Monasterace per svincolare la merce, generi alimentari, e li portava qui. Io avevo 18 anni e lui 20 quando ci siamo sposati. Era figlio di un calzolaio e anche lui faceva il mestiere in piazza vecchia, io invece ero figlia di proprietari terrieri. Andavo dalla sarta, alla maestra di cucito. Nella sua famiglia erano 4 figli, ora non c’è nessuno. Ci fermiamo qui. Una vita spesa per la famiglia, un’eroina del nostro tempo. Ne valeva davvero la pena di conoscere questa vita da acrobata, faticosa ma dignitosa, comune a tante donne!

Bivongi (RC), 26 febbraio 2014

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