LA VOCE DEI CATTOLICI CONTRO IL “FINE PENA MAI” Papa Francesco ha di recente abolito l’ergastolo nel sistema penale vaticano. Ma già da tempo i cattolici dicono ‘no’ alla pena perpetua.

carcere_3_868887di Alberto Laggia
Nonostante un referendum abrogativo che nel 1981 sancì la sconfitta di coloro che volevano cancellare la pena del carcere perpetuo, contro l’ergastolo e sulla sua incostituzionalità, da tempo si sono espressi autorevolmente associazioni, fior di giuristi e intellettuali, cattolici e non.    Nell’area cattolica già Giuseppe Dossetti ebbe a dichiararsi a favore dell’abolizione della pena perpetua. Aldo Moro, nel 1976 in una lezione universitaria, due anni prima di  essere sequestrato, processato e ucciso dalle Br, diceva ai suoi studenti in aula: “Ricordatevi che la pena non è la passionale e smodata vendetta dei privati: è la risposta calibrata dell’ordinamento giuridico e, quindi, ha tutta la misura propria degli interventi del potere sociale, che non possono abbandonarsi ad istinti di reazione e di vendetta, ma devono essere pacatamente commisurati alla necessità, rigorosamente alla necessità, di dare al reato una risposta quale si esprime in una pena giusta”. Edefiniva l’ergastolo “agghiacciante, psicologicamente crudele e disumano”.
Tra i leader carismatici dell’associazionismo Don Oreste Benzi, fondatore della della Comunità Papa Giovanni XXIII, da sempre impegnata nel volontariato dentro le carceri italiane e nell’accoglienza di carcerati  nelle comunità dell’associazione,  commentava così uno sciopero della fame contro “l’ergastolo ostativo” dentro il carcere di Spoleto: “Hanno ragione i detenuti. Che senso ha dire che le carceri sono uno spazio dove si recupera la persona se è scritta  la data  di entrata e la data di uscita mai? E’ una contraddizione in termini. Perché non devono avere il diritto di dar prova  che sono cambiati?”.    “A causa di queste norme ci sono nelle nostre carceri ragazzi quarantenni che sono stati condannati all’ergastolo  a soli 18 anni e che non sono mai usciti, neanche per il funerale del padre. Ragazzi che hanno vissuto più tempo della loro vita tra le mura di una prigione che fuori.    Persone che non hanno la cella del carcere come letto dove rientrare per dormire, ma ce l’hanno come tomba”, afferma Giovanni Ramonda, responsabile della Comunità Papa Giovanni XXIII.
Anche Stefano Anastasia, difensore civico dell’associazione “Antigone”, che si batte per i diritti nelle carceri, non ha dubbi: “L’ergastolo è una pena detentiva non paragonabile ad altre pene, perché condanna a morire in carcere. E’ cioè una pena capitale a tutti gli effetti o, come la chiamava Cesare Beccaria, ‘una pena di morte lenta’. Ma di più: è una doppia pena di morte, perché prima di quella fisica c’è quella civile”.
Eppure mai come oggi l’argomento ergastolo sembra impopolare: “Di fronte alla crisi del sistema penitenziario italiano e alle sue gravi emergenze, purtroppo, ragionare di ergastolo può sembrare un assurdo. E poi, in tempi in cui si sente invocare la pena di morte, figuriamoci quali reazioni potrebbe scatenare una campagna per l’abolizione dell’ergastolo”, afferma sconsolato il magistrato Francesco Maisto, presidente del Tribunale di Sorveglianza dell’Emilia Romagna. “Si tratta di operare senza far clamori, ma incidendo sulla sostanza. Perché non offrire una possibilità di cambiamento al detenuto, quando vengano meno i motivi di sicurezza che l’hanno tenuto recluso?”.     Così, invece, conclude un suo saggio sul tema (anticipato da “Ristretti Orizzonti”, la rivista che si scrive dentro il carcere “Due palazzi” di Padova) il professor Andrea Pugiotto, ordinario di Diritto costituzionale all’università di Ferrara: “In un sussulto di coerenza politica e razionalità costituzionale, è tempo che l’Italia, da anni impegnata nella leadership della campagna internazionale per la moratoria della pena di morte (in vista della sua definitiva abolizione), torni a porsi il problema della abrogazione dell’ergastolo. Che, della pena capitale, è l’ambiguo luogotenente”.     Il giurista, scartata l’idea di un referendum abrogativo, propone, piuttosto,  una “quaestio di legittimità davanti alla Corte costituzionale”. Sull’ergastolo ostativo, “regime col quale lo Stato si comporta da ricattatore vendicativo, poiché solo se collabori con la giustizia ti offre la speranza di veder ridotta la pena, afferma: “E’ una variante aberrante tutta italiana il cui  regime ricalca, a mio avviso, la difinizione di ‘tortura’ contenuta nelle carte internazionali dei diritti.  E’, insomma, l’altra faccia della pena di morte. Un carcere non a vita, ma a morte. Ciò è evidente considerando che l’ergastolo si prende l’esistenza della persona, anche se non gliela toglie, perché la priva di futuro; gli toglie ogni speranza. Direi che, anzi, ne è una variante ancor più crudele. Si resta vivi, ma dichiarati morti”.

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