Anna Silvia Penet, una “desaparesida” nel Cile di Pinochet

Notte_nel_villaggio di Mario TàpiaA cura di Laura Carloni
Che anni meravigliosi e irripetibili furono quelli trascorsi a studiare a casa di Lello, che abitava in uno dei luoghi più affascinanti di Firenze, piazza Santo Spirtito! Decidemmo di andarvi a studiare e lì trascorrevamo intere giornate attorno a quel tavolo, in una cucina trasandata la cui finestra dava sulla piazza.
C’era Lello, il padrone si casa, del quale non ricordo praticamente niente, neanche perchè abitasse in quell’appartamento da solo. Forse veniva da fuori città e aveva preso in affitto quella casa dall’aria malmessa, senza riscaldamento; in inverno ci riscaldavamo con una stufetta e nella bella stagione spalancavamo la finestra e dalla piazza entrava il sole assieme al parlottare della gente,  il miagolio dei gatti, gli ambulanti che strillavano…
Appena arrivavamo noi, le sue amiche del cuore e compagne di studi, metteva la musica su un vecchio giradischi e mentre i dischi si alternavano in sottofondo noi studiavamo storia medioevale, psicologia, inglese…
C’ero io. Abitavo dalla parte opposta della città e per andare a studiare a casa di Lello dovevo fare, fra andata e ritorno, quasi due ore di bus e un tour cittadino veramente affascinante. Avevo scardinato a fatica la resistenza della mamma che inizialmente sosteneva essere una perdita di tempo andare così lontano a studiare; la cosa curiosa era che studiavamo seriamente, gli esami venivano dati alle date stabilite e i voti erano superiori alle nostre aspettative.
C’era una spiegazione a tutto questo: ci piaceva stare insieme. Eravamo un gruppetto unito. Quella casa abitata da un ragazzo che viveva solo, ci rispettava e ci voleva bene, quella piazza che ci restituiva  un’atmosfera di una Firenze di altri tempi: tutto questo ci aiutava nella vita, come nello studio.
C’era Maria Teresa. La conoscevo dai tempi del liceo, da quando mi aveva abbordato perchè aveva scoperto che abitavo nello stesso palazzo del suo boy-friend. La nostra amicizia è durata, fra alti e bassi, 47 anni per interrompersi bruscamente nell’agosto 2012.
C’era infine Anna Silivia. Anche di lei, come di Lello, non ricordo l’aspetto fisico, ma se per quasi due anni resistette in quel gruppetto di squinternati doveva essere una ragazza in gamba. Era l’estate 1973, Anna Silvia desiderava tornare dalla sua famiglia che non vedeva da quasi due anni. Noi la supplicammo fino alle lacrime di non partire. Io minacciai anche di nasconderle il passaporto che lei teneva sempre in uno zainetto, non lo abbandonava mai. Dopo tutti questi anni ancora mi chiedo perchè non l’ho fatto. Lei ci assicurò che sarebbe tornata, che si sarebbe laureata con noi l’anno successivo e partì  nel cuore di quell’estate, che è rimasta come una ferita aperta nel mio animo.
Anna Silvia Penet non tornò più: quando parlava del suo paese lo descriveva come “una striscia fra le montagne e il mare”. Poche settimane dopo la sua partenza quella striscia di terra fra le montagne e il mare, il Cile  divenne una striscia di sangue e Anna Silvia venne inghiottita per sempre nell’orrore di quel settembre.

(Notte del villaggio, dipinto di Mario Tàpia)

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