In risposta all’ex dirigente Dap Sebastiano ARDITA

26est1-carcere-argentina-se-serve-37606di Ornella Favero (Direttore di Ristretti Orizzonti)

È difficile oggi più che mai, perché l’esempio che dà chi rappresenta le istituzioni e dovrebbe risolvere i problemi del sovraffollamento è spesso una desolante manifestazione di irresponsabilità.

Mai come in questi ultimi anni il mio “mestiere” di volontaria e giornalista in carcere è diventato insopportabilmente difficile.

Quando per esempio leggo certe notizie e certi commenti sull’ultimo decreto, superficialmente definito “svuota carceri”, la rabbia mi monta dentro perché è davvero un’impresa disperata cercare di ragionare con le persone detenute sulla loro responsabilità, sulla difficoltà di tanti di loro a riconoscere il ruolo delle istituzioni, sulla “antipatia” che troppe volte hanno mostrato per le regole, se poi lo Stato, le Istituzioni, la Società, l’Informazione, sono spesso rappresentati da persone che si dimostrano disattente, manipolatrici, acritiche, irresponsabili.

A me non piace fare “la maestrina dalla penna rossa”, ma qualche domanda la vorrei fare, per esempio all’ex dirigente dell’Amministrazione penitenziaria Sebastiano Ardita, che Il Fatto Quotidiano definisce “una delle persone più competenti in materia essendo stato per nove anni direttore generale dei detenuti del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria” e che, in Commissione Giustizia alla Camera, ha dichiarato a proposito del decreto “Non serve a risolvere il problema del sovraffollamento, è molto peggio di un indulto. E, soprattutto, premia i mafiosi”.

Prima domanda: oggi ci sono circolari dell’Amministrazione penitenziaria che parlano di “umanizzazione delle carceri”, quindi ammettono tranquillamente che negli anni passati le carceri sono diventate “disumane”, e non solo per i numeri del sovraffollamento, ma forse perché qualcuno se ne è fregato alla grande delle condizioni di detenzione, finché non è arrivata l’Europa a metterci con le spalle al muro. Ora, il dottor Sebastiano Ardita è stato responsabile “dei detenuti e del trattamento” in quegli anni, in cui la situazione è degenerata, senza che nessuno capisse fino in fondo la drammaticità del problema delle carceri “disumane”: ci può aiutare allora a individuare le responsabilità, e a capire perché si è fatto così poco prima che l’Europa ci “minacciasse”?

Seconda domanda: questo “terrore” per l’aumento della liberazione anticipata “speciale” mi fa pensare che qualcuno stia barando nel seminare il panico, se quegli 8, dico 8 mesi di carcere in meno (due all’anno dal 2010), che arriveranno massimo a 12 nel 2015, dato che poi il provvedimento cessa, spaventano così tanto i cittadini. Perché comunque le persone, qualche mese prima o qualche mese dopo, poi finiscono di scontarla, la pena, e allora poniamoci piuttosto il problema di come la scontano.

Sempre Ardita sostiene che “anche un penitenziarista poco esperto può ben comprendere come uno strumento così concepito venga a minare alle fondamenta i principi stessi del trattamento penitenziario, che presuppone sempre percorsi nei quali i benefici siano il frutto di sacrificio, attraverso la revisione critica del proprio passato criminale e la provata volontà di reinserirsi nel tessuto sociale”. “Un regalo, bello e buono, a chi ha commesso gravi delitti e non ha mostrato neanche il minimo segno di pentimento” commenta il quotidiano. Scusate, ma di cosa stiamo parlando? Ma qualcuno sta davvero raccontandoci che in carcere si rispettano oggi “i principi del trattamento penitenziario”? Mi viene da chiedere allora: lo Stato che tratta le persone in questa maniera, l’ha fatta una “revisione critica” del suo passato e del suo presente di continue e reiterate illegalità?

Terza domanda: Dice Ardita: “La misura prevista dal decreto si applica a tutti i detenuti, 416-bis compresi, perché si basa come unico presupposto sull’opera di rieducazione. Che, attenzione, non vuol dire altro che colloqui con la famiglia, attività teatrali, attività sportive”. No guardi, dottor Ardita, “l’opera di rieducazione”, non dovrebbe essere affatto una banalità come “colloqui con la famiglia, attività teatrali, attività sportive”, dovrebbe essere costituita da percorsi di studio, lavoro, confronto con la società, rientro graduale in famiglia, RESPONSABILITA’ che dovrebbero poi sfociare nelle misure alternative, le sole che sono in grado di abbattere la recidiva. Ma il piccolo dettaglio che le chiedo è: secondo lei, lo Stato garantisce ai suoi cittadini detenuti questi percorsi di risocializzazione? In realtà succede spessissimo che non gli viene data la liberazione anticipata, quella “normale”, perché non si comportano bene, ma spesso non si comportano bene perché sono trattati in modo illegale e non vedono in alcun modo rispettati i loro diritti. Quindi forse quei pochi mesi in più di sconto di pena andrebbero dati a tutti, senza intasare gli uffici dei magistrati di Sorveglianza, che già sono pochi, obbligandoli a fare sottili distinzioni fra chi li ha meritati e chi no, e impedendogli così di occuparsi di cose ben più importanti, come i permessi e le misure alternative. Io in carcere ci sono ogni giorno, e quando con i detenuti della mia redazione incontriamo tantissimi studenti, io chiedo che chi porta la sua testimonianza, spiegando come è arrivato a commettere reati, si assuma la sua responsabilità, senza cercare alibi. Ma è dura, molto dura parlare di responsabilità con i detenuti, se chi rappresenta le istituzioni è autorizzato a violare le regole e a maltrattare impunemente.

Quarta domanda: Gentile dottor Ardita e gentile Il Fatto Quotidiano: qualcuno davvero è convinto che far scontare le pene parcheggiati in carceri disumane, non solo per le ristrettezze ma anche e soprattutto per l’assenza di qualsiasi attività, carceri in cui le persone passano il tempo spesso imbottite di psicofarmaci, arrabbiate, incattivite per la mancanza di speranza, renda la società più sicura? È difficile, io credo, immaginare qualcosa di più inutile, e anzi dannoso delle attuali galere, e allora smettiamola di fare a finta che far scontare un po’ di tempo in più rinchiusi lì dentro possa portare qualcosa di buono. E partiamo da lì, dalla necessità di ridare senso alle pene, anche “accorciando” le attuali carcerazioni: mandiamo un po’ di gente a casa qualche mese prima, come forma di modesto risarcimento per l’illegalità dello Stato, così ridurremo almeno parzialmente il sovraffollamento, e chissà che intanto la politica metta mano alle leggi “carcerogene” e l’Amministrazione penitenziaria pensi a fare quello che non è stato fatto dopo l’indulto, quando i detenuti erano scesi a 37.000: “umanizzare” le galere, come si dice ora. A proposito di umanità e di responsabilità, nel nostro sito qualche famigliare ci ha segnalato che ci sono carceri dove ancora si va a colloquio con i vecchi, disumani banconi con i divisori in vetro, che il Regolamento penitenziario del 2000 imponeva di rimuovere. Ma qualcuno si occupa di far rispettare la legge, oltre cha ai delinquenti, anche ai bravi cittadini responsabili delle nostre galere?

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