Filastrocca in occasione del Natale 2013

mensa-poveri-3Carissimi,………..
mi ritorna in mente la filastrocca che cantavano alcuni vecchietti poveri del mio rione nella prima metà del Novecento “mo’ vene Natale, ‘u ttegnu dinari; mi pigghiu a pippa e mi mittu a fumari”! (Adesso arriva il Natale, non ho denari, mi prendo la pipa e mi metto a fumare!). Per dovere di cronaca, nel 1959 Renato Carosone compose il testo “mo’ vene Natale”. L’artista napoletano sostituì o inventò di sana pianta la seconda parte della filastrocca con << me leggio ‘o giurnale e me vado ‘a cucca’ (dormire) >>. Queste strofe, in apparenza insignificanti, si prestavano invece a tante interpretazioni, senza stravolgerne il significato originale. La canticchiavano quei signori anziani poveri in canna, ma assai ricchi di spirito nell’approssimarsi delle festività natalizie. Non erano arrabbiati contro il Cielo e contro il mondo per la loro povertà e l’impossibilità di preparare un buon pranzo natalizio; erano certi della magnanimità disinteressata dei loro vicini.
A quel tempo, si viveva a misura d’uomo e la solidarietà era spontanea in quanto andava, comunque, a buon fine, conoscendosi quasi tutti nel rione; non c’erano profittatori. Le condizioni economiche erano sotto gli occhi di tutti!
Una mano amica era sempre tesa non per pietà, ma per fratellanza per non calpestare la dignità e l’orgoglio di quei “fumatori di pipa”. Essi aspettavano fiduciosi e rilassati che qualcosa di buono potesse accadere. Quei signori non soffrivano di solitudine e di indifferenza in quanto una parola di conforto e di vicinanza e un piccolo dono materiale arrivavano portati dalla Provvidenza, che non abbandona mai coloro che credono e non perdono la speranza.
A Natale, un via vai di piatti, portati con circospezione dai bambini per non mettere in imbarazzo i destinatari, giungeva in quelle case risapute misere per assicurare un pranzo decente nella Festa più importante dell’anno. Ricordo anche che una mia vicina di casa in quella occasione solenne apparecchiava un posto in più e lo lasciava vuoto. Le chiesi con innocenza: Maria, hai sbagliato a contare, dato che conoscevo il numero dei componenti della sua famiglia! No, mi rispose con un sorriso compiaciuto! Lascio sempre volutamente un posto apparecchiato perché all’improvviso potrebbe presentarsi alla porta, senza invito, qualcuno senza una famiglia alle spalle.
Quel qualcuno spesso arrivava come spinto da un segno celeste o meglio perché si era sparsa la voce dell’esistenza di quella benefattrice; quella casa benedetta per un giorno faceva felice un povero. Sembra una storiella inventata, ma non lo è, perché non è nell’ottica del vivere attuale estendere un invito a tavola a degli sconosciuti. Eppure sono certo che anche tra noi, oggigiorno, ci siano “fumatori di pipa”, come appena spiegato, che sono invisibili o che riescono a mascherare bene la loro realtà con grande dignità e uno smisurato orgoglio.
Dice un detto che è meglio compatire che essere compatito; questa massima allevia il disagio di manifestare un’umile condizione sociale. Per tante persone il Natale è un momento di tristezza perché vedono intorno abbandono ed emarginazione, a differenza di quei fortunati fumatori di pipa. Sono pochi coloro che si accorgono dei bisognosi, anche di affetto; spesso i più indifferenti girano la testa dall’altra parte. Occhio non vede, cuore non duole! Ma la coscienza riesce a vedere oltre il pensiero se c’è la volontà di vedere.
I primi fumatori di pipa facevano buon viso a cattiva sorte perché avevano un animo sereno e confidavano nell’aiuto di Dio che ispirava le menti dei loro contemporanei.
Direbbero agli odierni titubanti di non fare di ogni erba un fascio perché ne pagherebbe il giusto al posto del simulatore e di immedesimarsi per capire che la sofferenza non ha colore, come le lacrime.
Alla fine, cuor contento Iddio l’aiuta e gli dà la forza di reagire e di scalare quel muro che gli sottrae la visuale. Nulla è impossibile al Signore!
<< Buon Natale di pace e di serenità! >>
Carmine Scavello

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