Ugo Samaja, un medico ebreo all’Ospedale di Melegnano, nell’Italia fascista

Ugo e Lucilla in montagna nel 1943di Paolo Rausa
Nel febbraio 1941 il giovane medico triestino, Ugo Samaja, ventisettenne, riceve un telegramma dall’Ospedale di Melegnano con l’offerta di un posto da assistente medico da ricoprire il giorno seguente. Ugo Samaja è incredulo, fa presente al telefono la sua situazione razziale: “Il Direttore lo sa e non se ne preoccupa. Parti questa sera stessa da Trieste.” – lo tranquilla il suo amico Carlo. Il medico non conosceva i dirigenti dell’Ospedale di Melegnano.  Milano aveva accolto Ugo e la famiglia, profughi venticinque anni prima, ed ora si preparava ad riceverlo “col suo cuore capace di amare e di ricambiare l’amore che riceve”. Milano lo aiutò al limite delle sue possibilità e “anche durante l’occupazione nazista quel grande spirito lombardo non venne mai meno”. I colloqui con il Presidente dell’Ospedale e poi con il Primario Medico di Melegnano furono improntati alla massima disponibilità. Anche sulla questione razziale non fecero storie, solo raccomandandosi che in caso di controlli dichiarasse di essersi presentato come “ariano”, imbrogliandoli. “Che gente meravigliosa, si accontentano di una parola di onore!” – ad Ugo tornava così la fiducia nella vita e nella possibilità di esercitare la sua professione di medico. I rapporti con il resto del personale furono sempre affettuosi e amichevoli e lo stesso con la città di Melegnano, che dimostrò comprensione e solidarietà nei confronti di un cittadino italiano, reo soltanto di essere ebreo. Ugo era stato costretto a lasciare la città natale, Trieste, divenuta “non madre ma matrigna” dopo la promulgazione delle leggi razziali nel 1938  per l’inimicizia dimostrata da una minoranza e il silenzio della maggioranza dei cittadini. Qui gli era stato proibito l’ingresso in Ospedale “con un provvedimento del tutto arbitrario, preso dal Consiglio dell’Ospedale e dall’Ordine dei medici della Provincia di Trieste”. Ugo ricorda che sulla porta di accesso al bar della stazione era appeso il cartello: “Per riguardo all’igiene è vietato l’ingresso ai cani e agli ebrei”. “La vita è uno scherzo che Dio ha fatto agli uomini”. Fra le tante citazioni contenute in questa ‘autopsia’, l’affermazione di Jonesco è la più appropriata e rende l’idea del percorso ad ostacoli che è stata la vita per Ugo Samaja. L‘Autopsia di una vita’ è un’autobiografia dedicata al primo periodo della sua vita, dalla nascita il 15 marzo 1914 alla Liberazione dal nazi-fascismo, il 25 aprile 1945. Al centro la sua formazione umana, l’ambiente universitario, la discriminazione subita dal regime, le fughe rocambolesche, il rifugio nella valle bergamasca di Valcanale fra i partigiani e i temuti rastrellamenti periodici dei fascisti e dei soldati tedeschi, dove solidarizza con gli abitanti e impara l’arte della sopravvivenza, e soprattutto l’amore smisurato perAutopsia di una vita, Ugo Samaja Lucilla, ‘la persona giusta, nel momento giusto e nel posto giusto’. Questa biografia, scritta dopo la morte di Lucilla, avvenuta nel giugno 1987, con una minuzia di particolari sorprendente dopo tanti anni dai fatti accaduti e descritti, nasce come omaggio postumo “alla donna più bella, più seducente, più desiderabile che io abbia mai conosciuto, e tale rimase per quarantasette anni, da quando ne aveva ventitré fino ai settant’anni’. In questa vita travagliata la parentesi serena di Melegnano e poi la scelta di risiedere a Milano, la città che Ugo Samaja ha sempre tanto amato e che gli ha dato un grande aiuto “anche quando sembrava che tutto il mondo mi cadesse in testa”. Ugo Samaja, “Autopsia di una vita, Un medico ebreo triestino nell’Italia fascista”, a cura di Silvia Bon, Centro Isontino di Ricerca e Documentazione Storica e Sociale “Leopoldo Gasparini” , Gradisca d’Isonzo, 2012.

San Giuliano Milanese, 12/11/2013

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