Ad Alessandro Bellinato, cerusico e istrione

Spazio Oberdan di Milano, Volti delle donne di un tempodi Paolo Rausa
Alessandro si presentò come un giovane d’altri tempi, quel giorno quando facemmo conoscenza. Pullover scuro tirato sul collo verso l’alto, capelli raccolti alla rinfusa, occhiali sulla fronte, una vaga aria da artista bohemien, squattrinato (tipico da epoca di bell’epoque, quindi inizi del ‘900) ma con notevole gusto dandy, cioè riusciva spesso a ben vestirsi e a vivere con gusto nonostante la povertà, grazie alle sue doti artistiche. Il luogo principale dove si dava convegno era Montmartre, a Parigi, ma anche in altri quartieri della capitale francese e anche in altre città europee: senza dubbio Parigi era al centro del suoi interessi culturali in quell’epoca. Le sue idee politiche allora erano legate al socialismo (ne hanno parlato poeti come Baudelaire, Wilde e anche tanti pittori legati all’impressionismo). Ma Alessandro non disdegnava di frequentare alcuni luoghi della provincia milanese. Così è stato visto circolare più di una volta in un certo circolo malfamato di Cassina, dal nome che richiama storie e fatti lontani, Borsellino mi pare si chiami, certo Paolo, magistrato. Lì Alessandro dava sfogo a tutte le sue aspirazioni represse in anni e anni di duro lavoro nel campo sanitario. I suoi pazienti non vedevano l’ora di toglierselo di torno e per alleggerire il peso della sua sopportazione gli avevano suggerito altre strade.
– Perché non ti fai prete? Ma prete Alessandro lo era già! Non nei sacramenti, quello no! Ma nei modi e nel rapporto che aveva costruito negli anni con il prossimo. Curava senza preoccuparsi del compenso. Cosicché alcuni lo pagavano con i capponi, altri con gli ermellini, altri con i pappagalli: era riuscito a mettere su uno zoo. Aveva preso casa alla periferia del paese, costretto a lasciare la città, e aveva preteso un giardino grande quanto poteva essere contenuto nella pelle di un bue. Per metterci gli animali, s’intende. Nessuno ci aveva capito niente. Cosa vuol dire la pelle di un bue? Proprietari di casa in svendita e immobiliaristi si erano coalizzati per capire come soddisfarlo o meglio come fregarlo. Ma lui non era fesso. Aveva un asso nella manica.
Aveva perciò dato l’ordine:  “Da oggi in poi voglio opere d’arte, quadri, cimeli, statue, capitelli, tutto quello che è in odore d’arte”.
I suoi pazienti l’avevano guardato stralunati: “E a noi chi ce le dà queste opere d’arte?”
Fortuna che in mezzo al coro era saltata fuori la voce melodiosa di una fanciulla che aveva intonato: “T’amo, t’amo e t’amerò sempre, o pio bove!”
Una sirena, emanava luce dalle sue pupille e i raggi andarono a conficcarsi nel cuore di Alessandro. Non ebbe scampo, fu lei a organizzare la raccolta delle varie opere d’arte di un certo valore antiquario. Chi non poteva corrispondere, era obbligato ai lavori forzati. Lo si metteva in lista per dipingere con figure manierate le pareti della casa che avrebbero acquistato, dopo aver sciolto l’arcano delle strisce del bove. Fu la fanciulla a spiegare che Alessandro si riferiva alla pelle di cuoio tagliata in strisce sottili cosicché potesse racchiudere un ampio giardino. Ma poiché nessuno se la sentiva di macellare un bue e di offrire sacrifici alle divinità e poi di stare lì a tagliuzzare la pelle, gli proposero la villa con il più ampio giardino disponibile, pregandolo di accettarla non potendo disporre di più.
Alessandro guardò l’offerta e la soppesò, non corrispondeva alle sue aspettative. Il suo volto era atteggiato ad una smorfia di rifiuto, quando all’improvviso la fanciulla gli si parò davanti con un guizzo e gli pestò con tutto il suo dolce peso il piede destro e poi il sinistro costringendolo a dire sì e convolarono a giuste nozze.
Il passo successivo fu di evitare situazioni estreme. Variò i suoi interessi, dando retta ai pazienti e li sgravò in parte delle sue attenzioni. Che poteva fare, il grande Alessandro? Il Comune! Decise per il Comune perché proprio in quel momento, mentre era per strada, l’occhio stanco e svagato si posò su una gazza, seguì il suo volo fino all’atterraggio sul cornicione del Comune e intuì che il suggerimento dell’uccello era rivolto proprio a lui.
Fece quindi il suo ingresso trionfale nel palazzo, forte di questo presagio divino. Anche qui però dopo un po’ di anni cominciò a tempestare di proposte i malcapitati consiglieri,  sulle strade, sulle rotte dei cieli, sul tram dei desideri, sull’ultimo metrò tanto che venne l’idea a qualcuno di suggerirgli  la strada del teatro e gli presentarono la Dacia.
Alessandro ne rimase subito conquistato, non dormiva né la notte né il giorno pensando a lei tanto che la fanciulla di luce incominciò a tempestarlo di domande sul perché e sul per come.
“Se proprio sei invaghito di lei, – gli disse – perché non ti metti alla prova? Facci vedere quanto vali!” Alessandro non ci pensò due volte, a lui le sfide piacevano. In quattro e quattr’otto si fece attore e regista e si mise a teorizzare l’uso e l’abuso dei corpi, i corto circuiti che ne derivavano, progettò scene drammatiche sui vagoni blindati e calcò le scene travestito da italiano risorgimentale.
Alessandro era rinato. Finalmente libero poteva dedicarsi all’arte della simulazione. Perciò ha lasciato tutti gli impegni ed ora è qui pronto a cimentarsi nei ruoli più disparati. Ora, chi ci libererà di lui?

25/ottobre/2013

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