Valentino Maliscev, ricordi di profugo da Mariupol’, Ucraina

OLYMPUS DIGITAL CAMERAdi Paolo Rausa
La cartolina postale timbrata lager di Essen, Germania  1943, attraversa indenne i campi di battaglia e giunge a Mariupol’, Unione Sovietica, sul mar d’Azov, indirizzata a Caterina Bruzzone. A spedirla è Carlo Cucco, il figlio superstite ventenne, deportato come prigioniero di guerra durante la ritirata dei tedeschi e degli italiani dell’Armir.  Ma da Mariupol’ Caterina era stata evacuata insieme al nipote Valentino, allora tredicenne. Prende le mosse da questo filo tenue eppure vivo in tutta la sua drammaticità il racconto di Valentino Maliscev, italiano per parte di madre e sovietico per parte di padre. La sua storia, che si snoda sempre chiara e lucida, per quanto venata dall’emozione, comincia alla stazione ferroviaria di Camogli, Genova, dove Valentino risiede. Ha ormai una certa età, del 15 agosto 1930 – si presenta subito! -, con problemi ai ginocchi e per questo si accompagna ad un bastone, ma non rinuncia ad accompagnarmi a piedi fino alla sua abitazione all’estremità del paese ligure in direzione Recco. La giornata primaverile riscaldata dal primo tiepido sole di aprile e la passeggiata amena lungo il passaggio che rasenta il mare inducono al ricordo, all’abbandono dolente per richiamare la sua lunga e drammatica odissea, comune ai tanti italiani, genovesi e pugliesi, che nell’800 a più riprese avevano preso la strada marittima della Crimea e delle zone limitrofe sul Mar Nero e sul mar d’Azov alla ricerca di fortuna, come pescatori e contadini. Anche Bruzzone Pellegrino, il nonno, nel 1863 lascia Genova Pra ascoltando i favolosi discorsi del comandante di un veliero mercantile che scaricava sul pontile di Pegli derrate alimentari e grano proveniente dalla Ucraina. Un’occasione da prendere al volo! Lascia tutto, vende le poche sostanze che aveva e con Angelina, sposata a 15 anni con un permesso speciale della Curia, si imbarca per Mariupol’. Non che la patria l’abbia dimenticato, soprattutto quando ha avuto bisogno di fanti per la guerra di Abissinia nel 1895. Pellegrino ci va, da buon cittadino rispettoso delle leggi e spinto dall’amor di patria, rientra tre anni dopo e ritorna in Russia. Acquista a buon prezzo un lotto di terreno a Mariupol’ e comincia l’attività agricola. Poi vengono i figli, numerosi come si usava allora, sei, uno ogni anno e mezzo, la seconda è Maria, la mamma di Valentino,   ma al settimo Angelina non ce la fa e muore durante il parto insieme al figlio nascituro. Maria conosce un giovane ufficiale di marina, un certo Jacov Maliscev, di Rostov sul Don. Si sposano e si trasferiscono nella  sua città sul fiume. Nasce Eugenio, che diviene colonnello medico di stanza sul Caucaso durante la guerra e a cui verrà precluso il grado di generale per via della condanna subita dal padre alla fucilazione come ‘nemico del popolo’ per il fatto di aver lavorato con le ‘autorità italiane’, eseguita nel 1938 dopo sei mesi dall’arresto. Il racconto diPassaporto esterno Valentino ci riporta al clima di quel periodo drammatico dei venti di guerra del secondo conflitto mondiale e del clima interno di sospetti e persecuzioni dell’epoca staliniana. Nel 1930 viene al mondo Valentino, a Rostov. A due anni la famiglia si trasferisce a Mariupol’ nelle case del nonno, costretto ad abbandonare la sua proprietà perché espulso dal territorio sovietico come  indesiderato, per evitare la confisca dello stato. Rientra in Italia a Genova Pra e riprende l’attività agricola. La situazione in Unione Sovietica si fa pesante, le purghe staliniane puniscono alla cieca. Chiunque sia sospettato di connivenza con il nemico o di attentato alla unità della nazione viene arrestato, processato e condannato a morte nel giro di pochi mesi. La stessa sorte tocca al padre di Valentino, che viene prelevato di notte dagli agenti della polizia e sparisce. A nulla valgono le proteste della madre, che chiede ragione alla Polizia, protesta l’innocenza del marito, vuole sapere dove è stato internato e per tutta risposta in una notte cupa, nell’ottobre del 1938, alcuni agenti la prelevano dalla abitazione e la ricoverano a forza nell’ospedale psichiatrico, dove muore tre giorni dopo. Viene anche arrestato il marito di Caterina, sorella della madre, Cucco Salvatore, comunista, già espulso dall’Italia durante il fascismo per gli Stati Uniti. Da qui nel 1923 si imbarca per l’Unione Sovietica per costruire la nuova società socialista. Invece del ‘sol dell’avvenire’ viene arrestato a Teodosia il 5 gennaio 1938 dall’NKVD della città di Mariupol’ con l’accusa di ‘attività spionistica a favore di un paese straniero e fucilato il 16 settembre 1938 a Mariupol’, riabilitato poi il 31 marzo 1982.  Caterina resta da sola con il figlio e si assume di fronte alle autorità la responsabilità del nipote Valentino, per evitare che fosse rinchiuso nel riformatorio, a cui erano destinati i figli dei ‘nemici del popolo’ per essere rieducati. Scoppia la guerra e l’8 ottobre del 1941 Mariupol’ viene occupata dai tedeschi. A dicembre arrivano gli italiani dell’Armir, che prendono in consegna la città. Instaurano subito un rapporto di familiarità con la popolazione e mettono a disposizione la unità di campo per fornire cibo cotto alla popolazione locale decimata  dalla guerra e dalla miseria. Il 13 marzo 1943 inizia la controffensiva dell’Armata Rossa e gli italiani sono costretti a ritirarsi portandosi dietro i civili di nazionalità italiana.  Il viaggio è una rotta, con i mezzi motorizzati da Mariupol’ raggiungono Berd’ansk e da qui in treno l’esercito sbandato e i profughi civili in treno giungono a Sevastopol’ (Sebastopoli) e via nave a Costanza, in Passaporto di Bruzzone internoRomania. Il console italiano prende in consegna i civili e li invia via treno a Bucarest, separandoli dall’esercito. Vengono consegnati dei documenti provvisori con i quali possono rientrare in Italia. Arrivano a Trieste il 17 marzo 1943. Da qui gli italiani raggiungono  le loro regioni di origine. Così fanno Valentino e la zia Caterina che possono abbracciare il nonno Giacinto e gli zii espulsi da Mariupol’ nel 1932. A Genova intanto giunge la cartolina postale spedita da Carlo Cucco a Mariupol’ e inviata qui da una ragazza che aveva occupato la loro casa. L’arrivo della cartolina postale mette in agitazione Caterina che si precipita al Comando tedesco di Genova per chiedere un lasciapassare nel territorio tedesco per raggiungere il figlio. La sua determinazione commuove i nazisti (anche i tedeschi hanno un cuore!) che rilasciano un permesso a lei e a Valentino per raggiungere il campo di concentramento di Essen. Ora la voce stentorea di Valentino ha una caduta e diventa cupa,  cominciano i pianti nel descrivere il viaggio, l’arrivo al campo, l’incredulità delle guardie e la commozione che li pervade quando entrano nella baracca dove Carlo è rinchiuso con gli altri prigionieri. Riescono a farlo trasferire in un campo di prigionieri italiani, dal quale Carlo non uscirà mai perché il suo tentativo di fuga verrà punito con la fucilazione, seduta stante. Valentino non ce la fa più, la sua storia continua fino ad oggi e contempla la sua parte di vita italiana, ma è visibilmente scosso e affida il racconto alle fotografie datate che accompagnano la storia della sua famiglia. Il calice amaro è stato bevuto tutto insieme e il disgusto e la commozione travalicano la sua resistenza umana. Decidiamo di interrompere qui le sue vicende e di riprendere le altre che riguardano i suoi viaggi di ritorno a Mariupol’ e in Siberia alla ricerca del paese natale paterno, sempre accompagnato dalla fedele Gallina e amorevole sposa, un’altra volta quando la commozione potrà lasciare il passo al sogno di ricongiungimento dell’altro ramo delle sue radici, quello russo. La sua vicenda si intreccia a quella delle migliaia di italiani, provenienti da Genova e dai paesi rivieraschi della Puglia che hanno subito il 29 gennaio 1942 la deportazione in Kazakstan e in Siberia e sono ancora inspiegabilmente in attesa del riconoscimento dello status di deportati e di ottenere la cittadinanza italiana, che le autorità sovietiche hanno all’epoca delle deportazione cancellato, requisendo e distruggendo i documenti originari.
San Giuliano Milanese, 12 aprile 2013
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2 pensieri su “Valentino Maliscev, ricordi di profugo da Mariupol’, Ucraina

  1. Avete un gran bel blog qui! Sareste disponibili per uno scambio di post? parlo di guest blogging… ho un blog che tratta di argomenti simili, vi ho inviato una mail per scambiarci i dati. Grazie ancora!

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