Giustizia: una modesta proposta…

01bdi Luigi Pagano (Vice capo del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria)
Il diritto che ha ognuno di manifestare liberamente il proprio pensiero è diritto costituzionalmente garantito e va rispettato. Tale rispetto, però, non può significare rimanere silenti quando nei riguardi di una proposta argomentata non ci si limita a esprimere un’opinione, quantunque negativa, ma si lancia contro di essa ogni sorta di accusa senza, però, ritenersi impegnati a doverle dimostrare.
Il riferimento è alle critiche rivolte da taluni alla volontà espressa dall’Amministrazione Penitenziaria di realizzare circuiti in ogni regione differenziando, in relazione alle diverse tipologie dei detenuti, gli istituti ivi presenti nei quali, specie per la media sicurezza, possa venirsi a caratterizzare un regime detentivo dove, gradualmente, andranno a essere ampliati gli spazi utilizzabili dai detenuti e il tempo di permanenza, incentivate le iniziative trattamentali, favorita l’interrelazione con la comunità esterna, promossa la progressiva assunzione di responsabilità del detenuto. I risultati attesi, oltre che il miglioramento delle condizioni di vita detentiva, con riflessi positivi estesi al benessere del personale operante, sono anche quello di realizzare le premesse per un più ampio ricorso alle misure alternative fornendo alla Magistratura di sorveglianza elementi di valutazione concreta fondati su di una conoscenza più ampia della persona detenuta. A ben vedere nessuno sforzo di originalità ideativa in quanto sia gli obiettivi da perseguire che il metodo da utilizzare derivano da norme di legge, esistenti non da oggi, che pongono un “obbligo di fare” in capo alla nostra Amministrazione. Eppure l’aver annunciato di volerli concretamente perseguire ha generato in taluni settori forti opposizioni mentre altri si sono fatti notare per un “distratto e assordante silenzio”. Le critiche sono di vario tenore andando dal generico scetticismo all’evocazione di tsunami, sfracelli e sfaceli, catastrofi apocalittiche nelle carceri ove mai si fosse passato dalla teorizzazione alla pratica del pur condiviso, beninteso in astratto, progetto. Perché, ci si giustifica, sarà pur vero che troppe ore di chiusura nelle celle esasperano gli animi dei detenuti e fanno innalzare pericolosamente le tensioni interne, che la necessità di creare circuiti differenziati esiste, ma, cosa si vuole, in Italia oggi non lo si può fare. Peccato che l’oggi, come in un famoso film, ripeta se stesso da circa 30 anni, trovando sempre un intoppo che lo giustifichi. L’Amministrazione, quindi, secondo i rassegnati impotenti del “vorrei ma non posso” non dovrebbe intervenire su questo presente per modificarlo, ma limitarsi a esporre cosa è che non va e, poi, rimanere in attesa, meglio se fiduciosa, di un domani migliore. È bene essere chiari, chi scrive ritiene necessari, per affrontare alla radice il problema penitenziario, un aumento della portata delle misure alternative, interventi legislativi, come ad esempio sulla normativa riguardante le tossicodipendenze e taluna delle preclusioni poste dalla c.d. legge Cirielli e confesso che non mi dispiacerebbe neppure avere risorse illimitate a disposizione. Ma queste considerazioni non possono divenire alibi per non agire né può paralizzare l’azione il timore dei rischi che si potrebbero correre. Invero, a prescindere che il carcere, di per sé, non è luogo ameno, neppure si può negare quanto lo status quo incida sulla produzione di eventi critici drammatici. Riconoscere le difficoltà esistenti è, invece, dire altro: significa dare il giusto peso alla complessità della realtà in cui si interviene, evitare voli pindarici e adottare un metodo di lavoro fatto di interventi misurati e graduali, ma su di un progetto comune e condiviso da tutta l’Amministrazione. La consapevolezza è che esistano, nel nostro ordinamento, norme poco, o addirittura mai, applicate e l’esperienza ha insegnato che laddove lo siano state si e creato all’interno degli istituti un clima più disteso, una netta riduzione degli eventi critici, minore stress per il personale, incremento delle attività lavorative gestite da agenzie esterne, aumento nella concessione di misure alternative. Bollate, Brescia Verziano, Rieti, Ancona Barcaglione, Avellino, Pescara, Is Arenas, Isili, Mamone, Saluzzo, Gorgona, Volterra, Civitavecchia, Rebibbia, Padova, Torino, Aosta, Sant’Angelo dei Lombardi, solo per citare taluni istituti che hanno adottato il regime delle celle aperte e un tipo di sorveglianza che viene definito di natura “dinamica”, non sono esperimenti eccentrici, ma esempi tangibili, la prova provata non solo che il trattamento è la chiave di volta per risolvere i problemi del carcere, ma che ciò avviene senza abbassare la soglia di sicurezza. Anzi. I profeti che parlano di questo progetto come di resa alla criminalità trascurano i dati positivi, quantificabili, questi sì, conseguiti in questi istituti e le migliaia di misure alternative andate a buon fine, preferendo evocare futuri disastri, magari per poter dire, un giorno, come Walther Matthau all’indomani della morte del suo caro amico Jack Lemmon “Glielo avevo pur detto che se continuava a invecchiare sarebbe morto”. La mia opinione è che chi oggi si limita, con fiero cipiglio, a disapprovare, senza proporre per oggi, qui e ora, alternative fattibili per personale e detenuti, non critichi tanto il Dipartimento, quanto l’ordinamento penitenziario additando responsabilità laddove, invece, ci sarebbe solo da inorgoglirsi nel partecipare attivamente alla sua realizzazione. E tale orgoglio e motivazione abbiamo ritrovato non solo nei c.d. vertici del Dap, nel palazzo romano, ma ancor di più in periferia, nei provveditori, come nei direttori, negli agenti, negli educatori, assistenti sociali, nelle stesse OO.SS. locali. I tentativi di creare spaccature, sospetti in questa dirigenza è grossolana e inutile, nell’Amministrazione Penitenziaria c’è unità d’intenti e l’unitarietà è nella persona del presidente Tamburino. Noi ci assumiamo la responsabilità del progetto, ma auspichiamo che su queste basi ci sia ampia collaborazione da parte della società esterna, delle altre istituzioni deputate a partecipare alla esecuzione penale. Perché l’esercizio della sola critica, il continuo riferimento alle “colpe” degli altri, della politica, dell’amministrazione, della magistratura, si traduce in colpevole disimpegno rispetto a quanto è possibile fare oggi nel campo della sanità, della cura e recupero dei tossicodipendenti, nella creazione di opportunità di lavoro, nella possibilità di misure alternative per le migliaia di detenuti che rimangono in carcere in quanto non hanno alloggio, famiglia, lavoro. La certezza è che solo il lavoro d’insieme realizzi buone prassi all’interno degli istituti di pena, l’ambizione è che queste, così come fu negli anni 80/90 quando il fiorire di iniziative nate in carcere stimolarono il varo di leggi quali la Gozzini, la Smuraglia, la Finocchiaro, si pongano come credibili modelli di riferimento per il varo di quelle riforme legislative da tempo attese. Se questo impegno viene meno non basterà, poi, citare Voltaire, Dostoevskij, perché se è vero che la civiltà di un popolo si valuta dallo stato delle sue prigioni, è altrettanto vero che queste non miglioreranno se le si considera isolate dal contesto sociale, una realtà da rimuovere e non un servizio pubblico che attraverso il trattamento, il lavoro, deve portare al reinserimento del detenuto nella comunità, ovvero produrre vera sicurezza sociale evitando le ricadute nella recidiva.
Comunicato Dap, 8 aprile 2013
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