I social network ci rendono tutti “collezionisti di emozioni”?

di Paolo Rausa

art_2821_XLRoberto Cotroneo ha recensito il saggio di Zygmunt Bauman “Gli usi postmoderni del sesso” (Il Mulino) del 2001, appena pubblicato in Italia. Egli si chiede che cosa voglia dire l’espressione “collezionisti di emozioni” e in che rapporto stia con la teoria dell’indebolimento dei rapporti umani. Tutto nasce dal fatto che i nostri desideri e i sentimenti si esprimono nel sesso, nell’erotismo e nell’amore, ma non restano uniti, come dovrebbero, e si fanno la guerra l’un contro l’altro, contendendosi lo stesso territorio. Ne discende la condizione, riassunta nel titolo del libro, che tende a collezionare emozioni per dare senso alle nostre vite intese come flussi estetici e non più concepite dentro un sistema etico e una ragion pratica. Queste emozioni, dei vestiti dalle identità incerte, ci consentono di mostrarci, coprirci e insomma di apparire eleganti. Il veicolo di questa apparenza sono i social network, che esprimono una sorta di erotismo emotivo, costituito da scrittura, desideri e identità,  dissolta e demolita, resa “liquida” per la sua ricostruzione. Su questo terreno nuovo non conta la nostra storia e chi siamo, né chi vorremmo essere, ma con quali emozioni decidiamo di vestirci, come se fossimo davanti ad un guardaroba aperto e decidessimo il vestito da indossare per affermare il trionfo dell’erotismo emotivo, con la seduzione della scrittura e delle immagini e mettendo in atto una adeguata strategia erotica. La scrittura e le immagini non sono neutre. Perciò l’erotismo emotivo finisce col mettere in pericolo il legame reale con l’altro, perché smettiamo di essere soggetti e diventiamo oggetti di una storia che non ci appartiene. Oggi – scrive Bauman – anche quel significato erotico è andato perduto e restano emozioni collettive che rischiano di cancellare i desideri veri, quelli che ci connotano da sempre, che sono sotto la nostra pelle, non i nostri vestiti emotivi. Le emozioni poi passano – prosegue Bauman – e restano i sentimenti che per resistere vanno coltivati e sottratti al dissipamento rapido del consumo,  mentre ci laceriamo tra la voglia di provare nuove emozioni e il bisogno di amore autentico. Cerchiamo così sempre nuove storie, spinti dal “bisogno di amare ed essere amati, in una continua ricerca di appagamento, senza essere mai sicuri di essere stati soddisfatti abbastanza”. L’amore liquido è proprio questo: un amore diviso tra il desiderio di emozioni e la paura del legame che si crea. L’amore non è un oggetto preconfezionato e pronto per l’uso. E’ affidato alle nostre cure e ha bisogno di un impegno costante, di essere ri-generato, ri-creato e resuscitato ogni giorno, sapendo che viviamo in perenne dissidio tra l’aspirazione alla libertà e la necessità di sicurezza, valori entrambi necessari ma in conflitto tra di loro. E’  una fabbrica che lavora senza sosta e produce articoli unici. Ogni singolo amore, come ogni morte, è unico. Per questa ragione nessuno può “imparare ad amare”, come nessuno può “imparare a morire”. A differenza dei legami che richiedono impegno, il “connettere” e il “disconnettere” sono un gioco da bambini. Si possono avere centinaia di amici muovendo un dito, ma farsi degli amici reali è più complicato. Occorre sempre distinguere ciò che si guadagna in quantità e si perde in qualità, ciò che si guadagna in facilità (scambiata per libertà) e si perde in sicurezza. Procediamo perciò a tentativi, alla ricerca dell’amore assoluto.

San Giuliano, 16/2/2013
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