Una voce al silenzio debutta a San Donato Milanese

di Paolo Rausa
“Storie dove la realtà si intreccia alla fantasia, le cose buffe a quelle che fanno paura, dove il limite della memoria è anche il limite della storia. Prima, non c’è niente. Il prima non esiste. La storia è ciò che si ricorda”: con queste parole Anansi, il dio che sovrintende ai miti della creazione, apre e chiude lo spettacolo con una impostazione circolare dove inizio e fine dell’esistenza coincidono. Ma quello che interessa alla Compagnia Teatrale Maschere in Movimento, filiazione dell’associazione Mimulus, è il durante, ovvero cosa succede alle donne provenienti dal continente africano e dall’est europeo protagoniste di queste storie di  violenze e di guerre in cui sono coinvolte. L’idea nasce poco più di un anno fa, quando attori e attrici non professionisti della Compagnia decidono di seguire le vicende delle donne rifugiate con diritto d’asilo, assistite dal Centro Polifunzionale d’ascolto Sammartini di Milano. Qui si concentra il loro lavoro, frequentano le donne e cercano di capire le loro storie, le abitudini, da dove vengono, le violenze subite, ma si sforzano anche di comprendere i loro ritmi musicali, le loro danze e i loro cibi. Un confronto fra diverse culture e modi di essere che ha dato materia e argomento per la realizzazione di questo significativo spettacolo teatrale.  Costruito con una semplice scenografia e basato molto sul movimento dei corpi, cadenzati al ritmo di canzoni tribali che mimano i gesti della vita, il lavoro agricolo e quello domestico, il racconto dei miti della creazione, la nascita delle stelle, della luna e del sole tratti da racconti semplici e comprensibili. Un ambiente apparentemente di pace e di serenità, fino a quando non si odono i rombi dei motori e gli scoppi delle bombe e delle mitraglie. Allora cominciano le peripezie di queste donne in fuga dal proprio paese sconvolto dagli scontri etnici fino all’arrivo ai centri di raccolta, passando per ogni genere di violenze subite,  poi le prigioni, la fuga, la rocambolesca traversata sui barconi della morte a prezzo di denaro e di piacere, venduto o rubato, fino al raggiungimento delle mitiche sponde occidentali di Lampedusa o di altre località, dove finalmente il bambino può nascere senza dover ascoltare il crepitio delle armi. Il ritmo del racconto è sempre ben ordinato e la recitazione delle donne, travolte da un destino terribile, si mantiene sempre ad un ottimo livello di drammatizzazione. Sovrasta le vicende il dio Anansi, metà uomo e metà ragno, che ad un certo punto comprende che occorre far presto e preservare la saggezza, affidandola all’albero della vita, prima che sia irreparabilmente sconfitta dalla violenza e dall’egoismo umani.
San Giuliano, 04/10/2010
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