“Mendicante di sogni”, poesie di Sergio Nigretti, presentazione il 29 giugno a Ronago (Co), Locanda degli Eventi, ore 20,00

 di Paolo Rausa
La poesia come riscatto
Quando la poesia incontra la vita, allora diventa strumento di redenzione, di riscatto sociale. Ho conosciuto Sergio Nigretti per caso due anni fa in una riunione della Commissione Cultura della II Casa Circondariale di Milano-Bollate. Insieme ai suoi compagni è stato subito entusiasta quando ho proposto la rappresentazione della conferenza/spettacolo “Natura e cultura nel mondo romano: la parola agli autori latini”. La loro reazione mi ha destato stupore e meraviglia, la piacevole sensazione che forse la mia proposta cercava di accogliere la domanda di sapere e di conoscenza che i cosiddetti “dannati della terra” rivolgono al mondo esterno. Quelli che poi diventeranno i volti familiari di Sergio, Ciccio, Marco, Antonio, Nino, Claudio, Enrico, Marco, ecc.  mescolati a quelli dei volontari Michele e Renato e delle operatrici culturali, Catia e Anna per tutte,  ci sembravano, a me e all’attore Gerardo Placido che mi aveva accompagnato in questa insolita avventura socio-culturale, allora visti per la prima volta, dei volti indistinti. Nessuno di noi osava chiedere chi fosse chi o che cosa. La follia della nostra proposta, come sottolineava Gerardo Placido, stava proprio nel fatto che i contenuti dei testi, scritti da autori classici latini e greci, sono impegnativi e drammatici, tanto che il teatro ora non ha forse più il coraggio di affrontare. Quella nostra proposta intrepida è stata ricambiata da una grande dose di umanità, quella vera, che quell’esperienza ci ha iniettato. Il 4 giugno, in due rappresentazioni, una pomeridiana per gli ospiti interni e una serale per gli esterni, abbiamo esordito nel teatro ligneo del carcere, un teatro che ricordava, guarda caso, il teatro romano delle origini. Il gruppo di attori improvvisati  è stato veramente lodevole, sembravamo una compagnia ben collaudata e ricca di rappresentazioni già fornite nei più quotati teatri  nazionali. Al termine mi ha colpito la frase pronunciata proprio da Sergio Nigretti, che dopo aver ringraziato tutti, proprio tutti, ha terminato, rivolto a noi: “Grazie! Ci avete regalato una serata di libertà!”. Ecco a cosa serve il teatro, a uscire fuori di sé, a rappresentare le emozioni, le aspirazioni, le aspettative di ognuno di noi e a dare il meglio di sé. Il teatro e la poesia: possiamo istituire un parallelismo nel caso di Sergio Nigretti? Credo di sì. Sergio attraversa con la poesia l’animo umano. I suoi abissi più reconditi e riemerge alla vita. La poesia per lui è introspezione dolorosa, consapevole scandaglio di una vita spesa nell’errore. Alla ricerca di un amore desiderato e forse irrimediabilmente perduto. O forse no? Il ricordo a volte dà tregua, quel profumo voluttuoso, quel bacio rubato la cui dolcezza ancora inebria, il dolce frutto dell’amore, i figli, che rappresentano un’isola di serenità in un tourbillon di sogni infranti, di disillusioni, di amarezze, di pianti, di singhiozzi, di sentimenti che esprimono una passione spenta per una figura femminile che rivela una ferita ancora aperta e bruciante. Allora le pareti del carcere assumono un significato che travalica la barriera fisica di separazione dal mondo per assumerne uno universale: di perdita della condizione umana, alla disperata ricerca di una rappacificazione e di una riconquistata armonia con il mondo degli affetti. Il linguaggio adoperato da Sergio Nigretti è secco, essenziale, non ammette mediazioni. I concetti espressi non concedono tregua, brevi, asciutti, disperati se a volte non comparisse una qualche speranza di rasserenamento: un filo di speranza (in Divino), la serenità (in Simone), l’innocenza piena (in Serena), il dondolo che culla (in Sara), l’aggrapparsi tenace al tempo  (in Aggrappato), il desiderio spasmodico di coltivare le emozioni (in Nel tragitto), la dolente umanità di una vita che ci lascia (in L’ultima carezza), il desiderio voluttuoso di riposare in un letto di rose rosse (in E ora lasciatemi), fino a quella che sembra la resa finale ma che si rivela il suo contrario, la rivendicazione dell’amore e della vita come pienezza, consapevole che “dove l’emozione non vive restano briciole che lacerano i sogni” (in Non esiste). Certo sorprendono e inquietano i toni disperati, le felici metafore adoperate per sottolineare le sue condizioni di uomo di pena: “sbattono negli scogli dei ricordi detriti del passato, il loro ricrearsi dalle ombre di rimorsi in solitudini” (in Pesa nell’anima), il tormento della fine dell’esistenza, la negazione della fine stessa  di una vita ridotta a granelli di polvere nel deserto (in Tormento), il pianto “rosso” tra polsi offesi da cocci di vetro (in Tra i resti), l’immagine potente della “pena che sveste la vita” (in Sguardo caduto), il proposito dichiarato di guarire ferendosi (in Mi guardo), il ricordo dei piccoli rami rinchiusi nei cassetti dei sogni abbandonati (in Infanzia), l’attimo rivolto all’unico desiderio, quando “lieve nella bocca si consuma il bacio” (in Conserverò), il richiamo alla memoria che conserva solo “briciole sparpagliate sul tavolo della mente” (in Mente buia), i pensieri che con una potente metafora sono rappresentati come “cardini  arrugginiti che cigolano e tremano nel buio” (in Senza giorni) e la suggestione efficace che offrono “le mani stanche di scavare la vita” in Solchi di terra), l’immagine autunnale tratta dall’osservazione ungarettiana delle foglie che “volteggiano disperate” che rappresenta la condizione labile dell’esistenza umana (in Danza che muore), infine il poeta rappresenta il tormento di una notte, trascorsa al buio e “consumata fino all’ultima stella” (in Ho pianto). Potenti immagini e potenti suggestioni, abbiamo detto, con un uso secco ed essenziale del linguaggio, che esprime in tutta la sua complessità il desiderio dell’animo umano di affrancarsi dalle sue condizioni di reclusione fisica e spirituale, ma che sa intenerirsi al pensiero di un “Fiore nel grembo” quando il desiderio si fa più pressante e incontenibile ed evoca, nostalgicamente, il tempo in cui “dagli occhi sbocciavano fiori, le margherite del nostro amore”.
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