“Mariposas y falenas” (Farfalle e falene), poesie di Annelisa Addolorato

di Paolo Rausa
Di Annelisa Addolorato, che avevo conosciuto come studentessa al liceo di Lodi nel corso di una breve docenza, avevo perso le tracce, ma non il ricordo, che rimaneva dopo tanti anni ancora fresco e incuriosito. Mi colpivano delle sue composizioni in italiano le sue estensioni letterarie, drammaturgiche. Per Annelisa lo svolgimento non era mai lineare, non aveva un prima  e un dopo, una logicità spazio-temporale, ma ella dipanava la vicenda come fosse un ordito in cui l’arte della tessitura era messa così alla prova che ne venivano fuori storie, impressioni, vicende concatenate dagli sviluppi imprevedibili. Annelisa era ed è – ho scoperto leggendo queste sue poesie meravigliose per le immagini suggestive e per i significati che rimandano ad un vissuto consapevole, ad un desiderio incarnato e a volte deluso, ad un amplesso con il mondo ricercato ma sfuggente, ad una pienezza dell’amore come sentimento e come passione – una novella Aracne, che sfida la dea consapevole dei suoi limiti, ma proprio per questo temeraria come sanno esserlo le giovani sensibili ai destini del mondo, di cui – teme – resteranno “geroglifici/ fatti di baci” a testimoni “del nostro passaggio lunare”, dove Icaro non sfiderà più il Sole ed Ecate, nei crocicchi della storia, veglierà sui figli che “tessono il velo del cielo cantando il passato d’un fiato”. Ma gli uomini/eroi resistono, resi immortali, “acqua preziosa”, dall’affetto di fanciulle/acrobate che abbracciano il fiume, l’acqua lustrale e salvifica. Se “il velo/ ancor bianco di stelle” rischia lo strappo funesto per i furori di Ares, sulla cui ara si sacrifica “il mattino/ tra le tue ferite di ghiaccio/ acceso”, ci soccorre la figura del vecchio Atlante che sostiene “rannicchiato su orologio di stazione” il tempo e lo spazio colmato dalla rotaia che porta con sé i nostri sogni fino all’infinito del verso, della poesia, mentre navighiamo “stringendo/ le mani/ di Cassandra”, che non è creduta neppure quando rivolge sguardi languidi d’amore a Enea. I “dubbi/ pieni di spine” ci assalgono inermi, “incagliati/ tra le braccia/ della luna”, mentre il “fiume/ del desiderio” ci pervade e ci travolge in un impeto violento come un “drago/ insolente” che strappa il “giglio…/ dai  miei sogni/ con morso/ di tigre”, con l’ardore di “un oceano in fiamme” sul cui “altare/ d’erba bianca” versare il sangue dell’innocenza perduta. I versi di Annelisa Addolorato sono leggeri come farfalle, si librano nell’aria tersa alla ricerca di una via di fuga, di un amore, di una speranza ma sanno essere anche riflessivi come falene che puntano nel buio la fiammella del ristoro alla perenne ricerca della luce. Essi sono luce, angeli della notte che vegliano e illuminano il nostro cammino, turbato dal “lamento” e dalla “voce di seduzione perpetua”,  che promette “la perfezione dell’amore inesistente”. Le bellissime immagini suggestive si susseguono senza tregua e mentre calchiamo la “spiaggia/ nuda e rossa/ deserta/ e pallida/ del vostro silenzio” non resta al nostro passaggio che “sabbia/ dei nomi/ senza culla”. Come farfalle anche noi ci culliamo allo spirare degli zefiri dolci, sorpresi che il “baciare/ la pelle/ del vento/ provoca/ lo sbocciare/ delle dune”.  Le nostre essenze leggere subiscono la metamorfosi della “faccia/ a ali di farfalla” e diventiamo “aperti/ gusci/ di stelle/ pronti/ ad esplodere/ nell’abbraccio”. Annelisa Addolorato  insegna letteratura spagnola all’Università Statale di Milano. Ha esordito a 13 anni con la raccolta  “Obliqui” in un concorso indetto a Lodi, ha collaborato con diverse riviste letterarie (Linea d’ombra, Materiali d’estetica, ecc). Si è laureata in Filosofia nel 2001 con una tesi su Octavio Paz, poeta messicano, premio Nobel per la letteratura nel 1990. Ediciones Endymion, Madrid, 2003, 80 pagine. San Giuliano Mil., 07/02/2012
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